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Lettera a una generazione: intervista a Postino

Samuele Torrigiani da Firenze, 25 anni, una laurea in medicina e idee molto chiare sulla sua generazione

Domanda quasi obbligatoria: perché hai scelto proprio Postino come nome d’arte?

Questa è una domanda che mi fanno tutti, ma non ho mai risposto. È una storia banale, personale, che mi porto dietro fin da piccolo. Non l’ho mai raccontata perché è più bello sentire le storie delle persone che fantasticano sopra al concetto di Postino. C’è chi lo vede come un parallelismo tra il postino che porta le lettere, e le mie canzoni che come le lettere portano messaggi, emozioni. Poi ce ne sono altre, come chi pensa che sia perché sono fan di Il Postino di Troisi, e altre ancora. Preferisco che si continui a immaginare, anziché raccontare la vera storia, che è più banale e meno interessante delle altre che son venute fuori.

C’è una sorta di volontà di autodifesa nel mettersi dietro a un nome d’arte?

All’inizio è stato sicuramente così. Come persona non sono molto estroverso, amo stare nella mia comfort zone e non ne esco facilmente. Quindi quando è nato il progetto, che è venuto fuori per caso, non avevo neanche mai suonato in pubblico, se non davanti a 3 o 4 amici. Era difficile uscire dalla cosiddetta cameretta per far sentire le mie canzoni. Con Postino mi sono creato un alter ego, come se Samuele Torrigiani fosse quello nella cameretta e Postino fosse quello che esce e si va a mettere nelle mani del grande pubblico, esponendosi anche a critiche.

Noi siamo i figli di mezzo della storia, perché siamo cresciuti nel lusso, abbiamo tutto. Ma pur non mancandoci niente, non riusciamo a esprimerci come vogliamo, e quindi nasce un dissidio interiore. Da un lato cerchiamo di preservarci, dall’altro ci distruggiamo. Passiamo i finesettimana distruggendoci di alcolici, e invece durante la settimana cerchiamo di fare la dieta salutare, di stare attenti al cibo.

Anna ha vent’anni, la seconda canzone del disco, dipinge la realtà giovanile a tinte fosche: è un’idea autobiografica o ti sei ispirato a qualcun altro?

Tutte le mie canzoni sono autobiografiche, perché serve una certa maturità per raccogliere interpretare e trasmettere storie altrui. All’inizio è più facile raccontare cose proprie, che si conoscono meglio e quindi si raccontano meglio. È la canzone più vecchia del disco, l’ho scritta a vent’anni, durante l’estate fra il liceo e l’università. È un momento in cui tutti si sentono spersi. Si prova quella sensazione di vuoto, perché si devono prendere decisioni importanti. Vedevo che era una situazione diffusa, provata da tanti miei amici. Molti si rifugiavano nella decisione di prendersi un anno all’estero, un anno sabbatico in cui “si andava a imparare l’inglese”. Non so se ancora adesso sia così, ma all’epoca lo facevano quasi tutti, e quasi tutti puntualmente tornavano dopo un anno da mamma e papà. Secondo me era soltanto un tentativo di fuga per prendere tempo. A quell’età è difficile decidere cosa fare in futuro, soprattutto per via delle pressioni sociali e familiari. E tutto questo è dato, come dico nella canzone, da una società distorta.

Noi siamo i figli di mezzo della storia, com’è scritto in Fight Club, uno dei miei libri preferiti. Non abbiamo la Grande Depressione, perché siamo cresciuti nel lusso, abbiamo tutto. Ma pur non mancandoci niente, non riusciamo a esprimerci come vogliamo, e quindi nasce un dissidio interiore. Questo dissidio si manifesta nel quotidiano: da un lato cerchiamo di preservarci, dall’altro ci distruggiamo. Passiamo i finesettimana distruggendoci di alcolici, e invece durante la settimana cerchiamo di fare la dieta salutare, di stare attenti al cibo. Latte di Soia (il suo album, ndr) è questo: latte di soia a colazione e il sabato otto cocktail di fila per sbronzarci.

Una contrapposizione che si manifesta appieno in Fuori dalla disco, la terza traccia dell’album.

Esatto. Siamo un po’ tutti noi. L’ho vissuto io in prima persona, ma lo vedo nella stragrande maggioranza dei ventenni. Infatti Anna ha vent’anni si chiama così perché Anna è il nome di mia nonna, e, quando lei aveva vent’anni, non aveva tempo, tra la guerra e la crisi, di pensare a tutte le cazzate a cui pensiamo noi. Doveva pensare a sopravvivere. Si nota la differenza, come sia cambiato il mondo. In mezzo c’è la generazione dei nostri padri, che ha visto il boom economico. Noi siamo la prima generazione che sta tornando in decadenza. Ed è per questo che proviamo questo disagio. Scivoliamo verso la decadenza, pur vivendo sempre più nel lusso: è un ossimoro, una situazione ambigua.

L’indiepop è una meteora. È servito da rottura perché il pop era diventato di plastica, non raccontava niente e si fondava solo su melodie orecchiabili. È servito qualcosa che riportasse la musica a parlare della quotidianità, ma, se si vuole tornare a canzoni immortali, bisogna veicolare dei messaggi, dei concetti formanti.

La musica indie presente un eroe sconfitto, mentre la trap un eroe vincente. E sono i due movimenti più diffusi a livello giovanile. Cosa ne pensi?

Questa è la conferma dell’ossimoro di cui parlavo. Siamo fra due poli. Da un lato la sconfitta, e quindi il senso di disagio, di non appagamento, di angoscia. Dall’altro lato la trap è quello che vorremmo essere, anche se nessuno lo dice. C’è il sogno capitalistico in cui siamo immersi, i soldi, e puttane e droga. Ovviamente la verità sta sempre nel mezzo. Nessuno vive pienamente una o l’altra realtà. Uno può scegliere un fenomeno o un altro in base al proprio carattere, alla propria indole. Il fenomeno trap non mi piace, ma veicola un messaggio che comunque non va lontano dai nostri sabato sera. Mi piacerebbe però che la musica tornasse a veicolare dei messaggi simili a quelli del grande cantautorato, e questo non lo fa neanche l’indiepop.

L’indiepop è una meteora. È servito da rottura perché il pop era diventato di plastica, non raccontava niente e si fondava solo su melodie orecchiabili. È servito qualcosa che riportasse la musica a parlare della quotidianità, ma, se si vuole tornare a canzoni immortali, bisogna veicolare dei messaggi, dei concetti formanti. E l’unico che lo sta facendo oggi è Brunori. Il suo ultimo disco ha delle canzoni con forti messaggi, che resteranno immortali. Le canzoni su amore finito o su sesso, puttane e droga servono da rottura: poi deve subentrare altro. Secondo me il futuro sarà un ritorno ai fasti musical

i degli anni ’60-’70. Ora si è in decadenza, e poi ci rialzerà. Anche gli Eugenio In Via Di Gioia stanno andando in quella direzione. Ci sono poi Motta, i The Zen Circus.

Un commento su Sanremo 2019?

Quest’anno sto faticando a seguirlo, ma di solito l’ho sempre guardato. Non ho ancora ben chiaro se sia positivo o negativo entrare in quegli ambienti. Da un lato trovo giusto che Sanremo si sia aperto a quella musica che effettivamente riempie i locali in giro per l’Italia, da un altro mi accorgo che il pubblico di Sanremo fatica a comprendere certe situazioni.

Sembra che a Sanremo vada chi può cantare solo lì, e se non va lì non può fare altro: mi riferisco ai soliti dinosauri della musica italiana. Se si va in giro per i club italiani ci si accorge però che la vera musica è un’altra. Quindi apprezzo l’ingresso di autori come i The Zen Circus, Motta, Ghemon, ma ho saputo che sono in fondo nel televoto. Questo dimostra le difficoltà del pubblico a comprenderli, e il tutto può diventare perciò quasi deleterio. Anche perché chi va ai live non guarda Sanremo. Quanto possono davvero piacere a un pubblico dai quarant’anni in su? Vedremo poi negli ascolti se i vari Motta, Zen, etc avranno beneficiato di Sanremo.

Una volta che mi son trovato in mezzo, ricevendo cento messaggi al giorno da persone che si riconoscono nelle mie canzoni, ho iniziato a sentire delle responsabilità verso chi mi ascolta. Non posso fregarmene: è giusto portare avanti entrambe le cose.

Parlando di sogni e di cruda realtà. Tu sei laureato in medicina: quale credi che sia la tua strada? Si può conciliare la tua futura professione e la musica?

Ti dico la verità: a me piacerebbe seguire la carriera da medico. Le ho dedicato un sacco di tempo e lavoro. La musica è più un hobby, una passione, anche se ora sta diventando un lavoro, per i tanti impegni. A luglio ho il test per la specialistica di psichiatria, ed è ciò che vorrei fare come lavoro. Però, dato che mi piace scrivere canzoni e veicolare dei messaggi, penso si possano conciliare le due cose. In futuro più che cantautore piacerebbe essere autore. Senza i tour, avrei molto più tempo libero scrivendo per altri. Un’altra possibilità è scrivere e cantare ma senza fare i tour. Questi sono infatti la parte più faticosa e impegnativa. Anche se il contatto con il pubblico, i live, sono le cose che davvero contano. Se togli quelli perdi un po’ tutto. Non so. Vedrò in futuro cosa riuscirò a fare.

Sicuramente adesso non intendo abbandonare né l’una né l’altra cosa. Sto già scrivendo il secondo disco, e durante l’anno usciranno canzoni nuove. In realtà sono canzoni vecchie, scritte quando stavo studiando per la laurea, ma ho potuto registrarle solo una volta laureato. Comunque a settembre finirò il tour e si tireranno le somme. Molto dipende da quanto pubblico si ha, da che numeri si fa.

Tu sei andato molto meglio rispetto alle previsioni.

Assolutamente sì, soprattutto se pensi che sono uscito da perfetto sconosciuto. Non avevo nessun aggancio, nessuna spinta. Il disco è nato per regalarlo a qualche amico. Non mi sarei mai sognato di entrare in questo mondo: è una cosa che mi è esplosa fra le mani. Però una volta che mi son trovato in mezzo, ricevendo cento messaggi al giorno da persone che si riconoscono nelle mie canzoni, ho iniziato a sentire delle responsabilità verso chi mi ascolta. Non posso fregarmene: è giusto portare avanti entrambe le cose.

Tutto questo è un’esperienza davvero casuale, e mi dispiace, perché mi viene da pensare a molti altri artisti che, magari con la musica come unica passione e sogni molto più grandi, non riescono a emergere. Io sono andato alla casa discografica vicino a casa mia a Firenze, la Labella Studio, e ho detto che avrei voluto fare un disco chitarra e voce da regalare agli amici dopo la laurea. Loro, ascoltando i brani, mi hanno proposto di arrangiarli e metter su un progetto un po’ più serio. Servivano però dei soldi, soldi che in quel momento non avevo. Allora c’ho pensato un po’ e, spinto anche dai miei genitori, ho fatto una cena per raccogliere i fondi tra i parenti, come regalo di laurea.

Poi, il 16 marzo (2018, ndr) abbiamo messo online Blu e, nel giro di una settimana, era quarta nella classifica Top 50 Viral di Spotify. E lì ho iniziato a capire che stava succedendo qualcosa di strano, perché stavo emergendo nel mare di artisti che spuntano su Spotify. Ero addirittura sopra Cremonini o Jovanotti, non capivo. Mi hanno poi spiegato che l’algoritmo che regola la playlist Viral si basa su quanto le persone condividono la canzone tramite i vari social. Quindi tutto è successo per passaparola, perché non c’è stata nessuna sponsorizzazione, nessun giornale, nessuna radio.