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L’influenza del web nelle elezioni

Che effetto hanno web e social network sulle elezioni? È davvero possibile influenzare gli elettori con il semplice uso di Google, Facebook, Instagram e Twitter?

Il signor Rossi è un uomo di mezza età, una bella famiglia e un buon lavoro. Ama essere informato e prende le decisioni più importanti solo dopo un’accurata riflessione.

Tra un paio di mesi si dovrà andare a votare e il signor Rossi non ha ancora deciso quale candidato supporterà. È indeciso tra Tizio e Caio e ha tutte le intenzioni di leggere con attenzione i programmi dei due candidati.

Quest’oggi, però, Rossi è pensieroso e distratto. Ha letto un articolo che trattava l’argomento della web democracy. Era su un magazine online che non conosceva, non sa bene come sia finito su quella pagina, però l’ha fatto. Il contenuto l’ha un po’ allarmato, perché l’autore del pezzo si diceva convinto che il web e i social network svolgono un ruolo non secondario nell’influenzare gli elettori.

Il signor Rossi ovviamente non crede a queste cose. È uno strenuo difensore del libero arbitrio ed è fortemente convinto che niente e nessuno – soprattutto Google e Facebook – possono convincerlo per chi votare. È la prima volta che si imbatte in un articolo del genere e tutte le testate giornalistiche che consulta di solito escludono questa evenienza. Eppure la cosa continua a tormentarlo…

 

LA POLITICA NELL’ERA DIGITALE

Rossi è deciso a far chiarezza e la sera comincia a consultare il web per capirci qualcosa di più al riguardo.

Il nostro protagonista scopre che dagli anni Ottanta, ormai, la politica è diventata marketing. La campagna elettorale si è trasformata in una campagna pubblicitaria finalizzata alla vendita di un candidato.

Non deve quindi stupirlo il fatto che Trump nel 2016 si sia innanzitutto affidato a pubblicitari e a esperti nella profilazione dell’elettore con raccolta di data point, l’insieme di una o più misurazioni su un singolo membro dell’unità di osservazione.

Non a caso l’entourage di Trump consta di hacker, data analyst, esperti di marketing: tutte figure che gli permettono di raggiungere una conoscenza approfondita del potenziale elettore. Ecco allora che si può attuare una mirata comunicazione ad personam, che esclude quelle parti di programma poco cogenti con l’orientamento personale.

Rossi ha da sempre a cuore la questione delle diseguaglianza e da qualche tempo segue con preoccupazione la questione dei cambiamenti climatici. Questo spiega perché su Facebook sia spesso e volentieri bombardato da post sia di Tizio che di Caio riguardanti le politiche sociali e la green economy.

Il signor Rossi fa anche la scoperta della strategia che sfrutta i webweb trend per avere visibilità. Poniamo che la parola “migrazioni” sia un termine molto usato in questa settimana. Allora lo si utilizza in un post – anche con informazioni errate o fuori luogo – per raggiungere molti più utenti.

E se succede con Google, perché non dovrebbe succedere anche sui social? Rossi vuole vederci chiaro.

POLITICI E SOCIAL

Il protagonista di questa storia scopre che la comunicazione sui social è una comunicazione tecnica (non contenutistica). Gode inoltre dell’enorme vantaggio di poter aggiornare i profili social dei politici in contemporanea all’andamento del dibattito.

Subito Rossi si sposta su Facebook e Twitter, dove segue sia Tizio che Caio. Vuole verificare se i suoi paladini sono degli abili comunicatori via social o no.

Ha letto che Trump sui social segue quattro regole ferree:

  • Essere il primo a tratteggiare un’idea con il tweet: è ideale farlo alle quattro di mattina per catturare l’attenzione delle redazioni dei giornali, così da diventare la prima notizia del giorno;
  • Distogliere l’attenzione da problemi reali;
  • Attaccare direttamente un soggetto (anche veicolando notizie false): è il caso di attacchi a giornalisti, procuratori, licenziamenti;
  • Condurre test sugli elettori: non servono i comizi, bastano le reaction;

E anche Salvini sembra imitarlo con ottimi risultati, con la costante di queste tre regole:

  • Occupare subito lo spazio mediatico;
  • Polarizzare la discussione: o con me o contro di me;
  • Alzare i toni e creare confusione per distogliere l’attenzione dai problemi reali;

Le certezze del signor Rossi cominciano a vacillare. Com’è possibile tutto ciò? Ma soprattutto: che effetti ha sulla politica?

 

EFFETTI NEGATIVI

Questo modo di fare politica ha ovviamente dei difetti. Nel dettaglio, va a danneggiare quattro aspetti della democrazia:

  • Il pluralismo: non è reso pubblico l’algoritmo, si attuano filtri e censure, si ha una forte selezione di contenuti a scapito di altri;
  • La corretta informazione nei cittadini: i contenuti sono mirati e specifici per ciascuna persona, in linea con la mentalità e gli orientamenti;
  • La libera formazione del consenso elettorale: l’algoritmo elabora una campagna elettorale mirata ad personam oppure viola il silenzio elettorale;
  • La diversificazione dell’offerta politica: è un attacco al pluralismo elettorale, poiché chi ha il maggior potere nel virtuale ce l’ha anche nel reale;

In generale, si assiste al fenomeno della cosiddetta fast politics, con conseguente indebolimento della democrazia a causa della semplicità dell’accessibilità e del venir meno della partecipazione. Ciò vale tanto per il web quanto per i social.

 

LE TRAPPOLE DEL WEB

Il web non è un posto così sicuro, come ingenuamente riteneva Rossi. L’accesso alle informazioni è stato sì amplificato dal web, ma non vi è posto nessun discrimine tra verità e falsità.

Si prendano le fake news. Il termine nacque per identificare una forma di giornalismo satirico che mischia il vero e il falso – per esempio, il Daily Show o Lercio.

Oggi fake news designa notizie false agghindate come vere. È allora compito dell’utente rendersi conto se si tratta di satira oppure di semplice falsità. Tre sono generalmente le caratteristiche delle fake news:

  1. Una falsità voluta e costruita ad hoc;
  2. Un’amplissima diffusione;
  3. La motivazione di manipolare o di indurre comportamenti vantaggiosi (clickbait);
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Perché si crede alle fake news e perché le notizie false si diffondono più di quelle vere? Forse a causa della cosiddetta “ipotesi della novità”, per cui godono di una maggiore attrattiva, al di là della loro veridicità. A vantaggio delle fake news, poi, giocano un ruolo cruciale alcune trappole cognitive e scorciatoie euristiche. Per esempio, il fluency processing – la velocizzazione dei processi cognitivi, senza soppesare le regole epistemiche – e il micro targeting – il raggiungimento da parte delle fake news degli utenti più predisposti a condividerle.

web

Un’altra insidia del web è rappresentata dal bias di conferma. Questo è la propensione a interpretare le informazioni in modo da confermare e rafforzare le proprie credenze. Accanto a esso vi è il fenomeno della filter bubble: la bolla di filtraggio in grado di personalizzare i risultati delle ricerche sul web. Questi possono essere orientati in maniera tale da scegliere selettivamente ciò che l’utente preferirebbe trovare.

Al signor Rossi tutto ciò ricorda il messaggio “Potrebbe interessarti anche…” che accompagna ogni suo utilizzo di Amazon o Netflix.

Il protagonista è sempre più preoccupato e vorrebbe saperne di più sulle conseguenze.

 

RISCHI E CONSEGUENZE

Questo approccio all’informazione provoca una frammentazione della società. Si formano roccaforti ideologiche, vere e proprie sottocomunità con interessi comuni. Di conseguenza, viene meno l’autorevolezza degli esperti: scienziati, professori, accademici non hanno più la precedenza nell’esprimersi nei loro campi specifici.

Un’altra rischiosa conseguenza è la partigianeria faziosa, ovvero la difesa radicale dei propri convincimenti, senza accettare critiche od opinioni contrarie. In generale, si sviluppa una totale immunità alle idee altrui che manderebbero in crisi le nostre convinzioni.

Questo atteggiamento ci riporta, mediante irrazionalità immotivata e consistency push, alle fake news. Infatti, si ha la tendenza ad accettare solo notizie coerenti con il nostro sistema di credenze, anche se si tratta di notizie false.

Rossi si sente colpevole e riconosce di essere caduto anche lui più volte in questa trappola. Non si perde d’animo, però, perché è convinto che almeno i social siano un posto sicuro. Invece si sbaglia.

 

IL RUOLO DEI SOCIAL

I social network hanno ormai sostituito l’uso del web. Su Facebook il signor Rossi è in contatto con gli amici, legge gli articoli, discute nei commenti. Google gli appare ormai uno strumento superfluo, se la home gli fornisce tutto ciò di cui ha bisogno.

Ma come può Facebook influenzare le nostre scelte e modificare le nostre convinzioni?

Un certo uso del News Feed da parte di Facebook può fortemente influenzare il nostro approccio alle elezioni. I sospetti sembrano suggerire questa possibilità riguardo le Presidenziali americane del 2016.

Il colosso di Zuckerberg potrebbe “oscurare” sulla nostra home tutte le notizie riguardanti il candidato Caio oppure, di contro, suggerirci esclusivamente notizie che lo riguardano. Così un flusso di notizie sulla home che ci mostra sempre e solo i post dei candidati della fazione che supportiamo potrebbe influenzare marcatamente la nostra scelta finale alle urne. Tutto ciò in base al meccanismo dei già citati bias di conferma e filter bubble.

Tale meccanismo potrebbe non convincere un repubblicano convinto a votare per i democratici, ma sicuramente potrebbe manipolare gli elettori indecisi. Infatti, proprio come una città disseminata di manifesti elettorali, la nostra home potrebbe diventare piena di post del tal candidato. Il risultato? La faccia di quel politico diventerebbe familiare. E si sa che alla lunga tendiamo a preferire ciò che ci appare familiare e comune…

Il costante bombardamento da parte di post e immagini di un certo candidato, poi, potrebbe inconsciamente influenzare molti elettori, facendo leva su alcune trappole mentali.

 

BIAS E SOCIAL

Innanzitutto, l’ancoraggio, ovvero la tendenza a prendere decisioni influenzate dalle prime informazioni – corrette o meno, utili o inutili – che ci vengono fornite. Esse agiscono da vera e propria ancora mentale. Rossi lo ha sperimentato: si ricorda bene il post di Tizio che prometteva di abbattere le emissioni di CO2. Sa benissimo che è un proposito irrealizzabile, ma ormai è ancorato a questo politico e, per quanto possa provarci, gli risulterà molto difficile allontanarsene.

Si può fare ricorso anche all’effetto del gregge. Non passa giorno senza imbattersi in sondaggi e proiezioni di eventuali elezioni e questi risultati ipotetici alla lunga possono dare ottimi frutti. È vero: Caio è un ottimo politico, ma il signor Rossi vede che Tizio è dato di continuo a un’ottima percentuale. Per forza di cose Tizio è il migliore. Perché? Per il semplice fatto che amiamo fare quello che fanno tutti gli altri. L’effetto del gregge si basa proprio su questa trappola mentale: se tutti fanno così, allora sarà giusto fare così.

Un’altra insidia che Rossi ha provato in prima persona è il cosiddetto effetto Forer, secondo cui gli individui hanno una tendenza a considerare molto accurate quelle descrizioni della personalità che sembrano essere state elaborate specificatamente per loro. È, per esempio, il caso di oroscopi e tarocchi. Analogamente in politica basta un post che rimandi a qualche slogan o a qualche claim universalizzabile e il gioco è fatto: ci sentiamo subito chiamati in causa personalmente.

Infine, non va dimenticata l’incredibile forza dei commenti. Facebook può scegliere quali commenti porre come “più pertinenti”. Si vuole sostenere il candidato Caio? Basterà allora mettere in primo piano i commenti positivi sotto ogni suo post ed ecco che con il tempo inizieremo a parteggiare per Caio.

Rossi si dispera. È tutto perduto?

 

CONCLUSIONI

Non c’è bisogno di scomodare romanzi distopici alla Huxley o alla Orwell. Il signor Rossi può rilassarsi: le elezioni non sono falsate, la sua libertà non è – per il momento – messa in dubbio. Non si può, e non si deve, parlare di democrature digitali. Votare rimane un atto libero e spontaneo.

Tuttavia, è interessante notare come il web e i social network siano diventati a tutti gli effetti uno strumento – se non addirittura lo strumento – indispensabile per ogni politico che voglia fare una campagna elettorale mirata e capillare.

Invece che in piazza, i comizi si tengono sui social, così come sui social si sono spostati gli indici di gradimento, rigorosamente a colpi di reaction. Il web e i social sono l’ultima frontiera per la comunicazione politica e, come ogni comunicazione, hanno le loro trappole e i loro trucchi.

Ora Rossi lo sa, è un cittadino più consapevole. Gli basterà un po’ di spirito critico la prossima volta, per evitare che il politico di turno sfrutti le debolezze del suo cervello.