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L’ndrangheta, la mafia più potente al mondo

Come l'ndrangheta s'è presa il mondo e come viene combattuta

A Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, un’autobomba è esplosa, riportando l’Italia davanti all’incubo degli attentati degli anni ’90. A perdere la vita è Matteo Vinci, 42 anni, candidato alle passate comunali. Fatale per lui, secondo le prime indiscrezioni, un litigio con la famiglia Mancuso, il clan locale e il più potente della provincia, che pretendeva la sue terre. Una bomba che squarcia il silenzio e che accende la luce su quella parte di Italia dove ancora si lotta, là dove politica e media preferiscono il buio. Forse per menefreghismo, forse per paura. Silenzio e buio di cui la ‘ndrangheta si è nutrita per oltre un secolo, diventando la mafia più potente al mondo.

A fine ‘800 era semplicemente nota come la “setta degli accoltellatori”. Poi venne definita “Picciotterìa” e “Mano Nera”. In Calabria invece la conoscevano come “La famiglia Montalbano”.

Silenziosa e letale, così la ‘ndrangheta è diventata l’associazione criminale più potente del pianeta. I suoi tentacoli sono ormai dappertutto: Australia, Canada, Kosovo, Germania, Brasile, Messico sono solo alcuni dei paesi interessati. In America ci arrivarono già ad inizio ‘900 approfittando delle numerose emigrazioni di calabresi che inseguivano il sogno americano e sfruttando in condizioni di schiavitù la loro manodopera nel paese oltreoceano, analogamente a quanto oggi accade con il fenomeno del caporalato, scoppiato nella città calabrese di Rosarno.  Ma gli “Americani” non avevano dimenticato le proprie radici. Sono loro, infatti, tornati nella madrepatria, i veri artefici della scalata ‘ndranghetista. E grazie ad una camaleontica presenza nella storia dell’ultimo secolo, la ‘ndrangheta è riuscita a diffondersi e a crescere sempre più, all’ombra di Cosa Nostra e Camorra.

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La storia.
Unica mafia ad essere presente in tutti e 5 i continenti, è anche strutturalmente diversa dalle altre. Fondata principalmente su rapporti di parentela tra i membri del clan (le cosiddette ‘ndrine), è riuscita a creare una tela quasi indistruttibile e poco incline ai tradimenti. Pochi sono infatti i pentiti che hanno aiutato negli anni il lavoro della magistratura. Approfittando di una condizione di povertà e arretratezza socioeconomica, la ‘ndrangheta già nel 1869 aveva in mano la Calabria. Una regione abbandonata a se stessa, uscita malridotta dall’unità d’Italia, e ora infestata dal nuovo morbo della “Mano Nera”. Già nel 1869 il comune di Reggio Calabria veniva sciolto il giorno dopo le elezioni proprio per evidenti collusioni ‘ndranghetiste.
Nel 1921 invece, si richiedeva perfino il rinvio delle votazioni fino alla scarcerazione del boss Michele Campolo. Era un periodo, protrattosi comunque per tanti anni, in cui non erano i boss a cercare la politica, ma erano i politici a necessitare dell’appoggio della ‘ndrangheta. Nel tragico terremoto del 1908 che coinvolse Reggio Calabria e Messina provocando oltre 100.000 vittime, prima dei soccorsi arrivò proprio la “picciotteria”. Così come più di 100 anni dopo è avvenuto per il terremoto in Abruzzo, con le famose telefonate intercettate tra due imprenditori vicini alle cosche calabresi. Il boom dellandrangheta avviene però negli anni ’70 del 1900 quando acquisisce il monopolio europeo della droga. Si comincia quindi a parlare di una ‘ndrangheta decisamente più moderna, non più economicamente legata a sequestri (oltre 200 negli anni ’60) ed estorsioni. Ed è proprio questa ‘ndrangheta che compie il passo decisivo, infiltrandosi negli ambienti massonici, creando così l’associazione criminale tutt’ora presente “La Santa”. E’ del 1995, invece, il primo comune del nord sciolto per ‘ndrangheta. In provincia di Torino, a Bardonecchia, il clan Mozzaferro di Gioiosa Jonica gestiva il flusso elettorale del comune piemontese. L’arresto e il conseguente scioglimento del consiglio, tuttavia, non fermarono quel “comitato d’affari”, che nella tornata elettorale successiva presero il 70% con la stessa lista che supportava il sindaco arrestato per associazione a delinquere. Una volontà di chiudere gli occhi diffusa in tutta Italia, che ha aiutato la crescita mafiosa nel paese. Una volontà che tutt’oggi sembra non essere cambiata.

I “cacciatori”.

Il presente.
Se in Australia sono presenti 19 ‘ndrine, nella sola Vibo Valentia se ne contano ben 27 censite. E’ una continua guerra silenziosa tra uomini di Stato e i clan. Negli ultimi anni, grazie al lavoro di forti personalità, come Nicola Gratteri e Federico Cafiero de Raho, l’attività della magistratura si è intensificata notevolmente. Dal 1992 a Vibo Valentia è inoltre attivo un battaglione speciale dell’Arma dei Carabinieri: i cosiddetti “cacciatori”, una squadra di oltre 100 uomini con addestramento speciale, con il principale compito di scovare latitanti e con il fine “non solo di contenere la ‘ndrangheta, ma di sconfiggerla”, come aveva dichiarato l’allora ministro degli Interni Minniti.
Ciò, tuttavia, non può essere sufficiente. Come istituzione centenaria, la ‘ndrangheta non è più un semplice fenomeno criminale, ma è diventato ormai un fenomeno sociale. Alla battaglia giudiziaria va accompagnata una forte battaglia culturale, che sembra però enormemente sottovalutata negli ultimi anni. Oltre a ciò è diffuso un sistema clientelare che non permette lo sviluppo di una buona politica, in grado di combattere con vigore questo cancro sociale. Solo con una società del “noi” e con la definitiva scomparsa di clientelismo e omertà questa vittoria è possibile. Ma come hanno detto in molti, il tempo delle belle parole è finito. E non è la singola partecipazione ad una manifestazione che ci rende partecipi al cambiamento: è nella nostra quotidianità che dobbiamo agire per sconfiggere le mafie.