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Luci e ombre della transizione ecologica

La svolta ambientale in Italia è necessaria, ma per metterla in atto servono le risorse e le persone giuste

Mai come adesso la questione ambientale è stata al centro del dibattito politico. Nel suo discorso al Senato il nuovo Presidente del Consiglio Mario Draghi ha toccato molto la tematica ambiente, alludendo continuamente al ruolo giocato dall’uomo in questa crisi pandemica e climatica.

Le intenzioni dell’esecutivo sembrano proiettate all’attenzione per l’ecosistema, parole da anni evocate dagli ecologisti e che devono essere necessariamente seguite da azioni coraggiose e concrete. Diversamente i buoni propositi rischierebbero di trasformarsi per l’ennesima volta in un escamotage per mettere a posto la coscienza politica. Tra gli annunci spiccano soprattutto quelli volti al miglioramento del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e alla realizzazione di provvedimenti che vadano a migliorare la situazione sul versante dell’agricoltura, della mobilità sostenibile, dell’economia circolare e della tutela della biodiversità.

Queste sono soltanto alcune delle linee guida che dovranno condurre l’Italia alla transizione ecologica. L’approccio alla tutela ambientale dovrà pertanto essere innovativo e dovrà conciliarsi con altri due concetti fondamentali che ben si incardinano in questa rinnovata ottica europeista e atlantica, ovvero quelli di progresso e benessere sociale.

 

Perché la transizione ecologica è importante

Il tema della transizione ecologica è uno dei punti di intervento chiave del NextGenerationEU e del Recovery Plan. Le recenti vicende politiche hanno messo in luce un argomento che già da tempo avrebbe dovuto essere al centro dell’agenda del Paese. Questo cammino dovrebbe condurre a un utilizzo sempre maggiore delle rinnovabili, a un’incentivazione della mobilità elettrica, alla riqualificazione edilizia ai fini di un miglioramento dell’efficienza energetica. In Italia manca ancora una vera e propria formazione in ambito di greeneconomy ed è pertanto necessario seguire il dettato europeo per far sì che la lotta ai cambiamenti climatici diventi un’opportunità di crescita economica.

La transizione energetica si pone dunque come presupposto fondamentale e tutte le riforme strutturali che ne stanno alla base rappresentano la chiave che l’Europa mette a disposizione per accedere ai fondi del piano di investimenti NextGenerationEU e in particolare al Recovery and Resilience Facility. Stiamo parlando di 672 miliardi di euro in prestiti e contributi a fondo perduto per i Paesi Membri, un’occasione unica per un’Europa a zero emissioni. Due sono infatti gli obiettivi principali di lungo periodo: il raggiungimento della neutralità nelle emissioni di CO2 entro il 2050 e lo sviluppo della digital economy al fine di colmare l’enorme divario esistente tra Cina e Stati Uniti.

Per fare questo è necessaria una strategia rigorosa ed efficace e già da anni i vari gruppi e associazioni ecologisti hanno evidenziato l’esigenza di istituire una “cabina di regia verde” presso la presidenza del Consiglio, obiettivo che potrebbe essere raggiunto grazie all’istituzione del Ministero della Transizione ecologica. Scelta che andrebbe compiuta nel nome delle esigenze di qualità e certezza.

 

Il ministero della transizione ecologica
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Il nuovo superministero non è figlio degli ideali grillini. Almeno, sarebbe più corretto affermare che da tempo le battaglie politiche sull’ambiente sono orientate verso tale scopo. E in questi anni poco è stato fatto da determinati partiti politici per rafforzare l’interdisciplinarietà del già esistente dipartimento interno all’ei fu Ministero dell’Ambiente. Al di là della sua genesi, la nuova istituzione si presenta come un dato senza dubbio positivo nello scenario italiano, poiché la priorità è riportare il Paese in una buona posizione sullo scacchiere europeo.

La soluzione scelta da Draghi è simile a quella spagnola: un dicastero che non elimina le competenze proprie del Ministero dell’Ambiente, ma che le integra affinché le decisioni in campo energetico siano strategiche e dirette alla riduzione dell’inquinamento e all’accelerazione della decarbonizzazione. L’importante è che nella forma sostanziale tutto ciò non si traduca in un esperimento di “Hulottiana” memoria.

È pertanto indispensabile una visione sistematica e trasversale per la riconversione verso l’economia circolare, sfida non da poco per un Paese come il nostro, il cui stendardo è macchiato da vicende spregevoli, tra le quali campeggia senz’altro il caso dell’Ilva di Taranto. Prioritaria sarà la revisione del PNRR, principale strumento per la ripresa dell’Italia e nel quale dovrebbe essere assegnato il 37% delle risorse per il clima e per la salvaguardia della biodiversità, in coerenza con le priorità del Green Deal Europeo.

 

Siamo nelle mani giuste?

Riempirsi la bocca di parole quali tecnopolitica, sostenibilità ambientale, ecologia tecnologica a poco serve per mettere in atto una vera e propria transizione. E anche per questo motivo appare abbastanza ambigua la scelta di affidare la gestione di tale delicato processo a un gigante delle nanotecnologie come Roberto Cingolani. Fatto salvo il legame ricerca-innovazione, appare infatti difficile ricollegare tale figura alla riconversione ecologica del sistema produttivo. Il neoministro è attualmente responsabile dell’innovazione tecnologica della Leonardo SPA (azienda attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza e della quale il MEF detiene una quota di circa il 30%) e ha fatto parte della task force di Vittorio Colao per riorganizzare la ripartenza dell’Italia post pandemia da Covid-19.

E non solo: dal 2005 al 2019 è stato alla direzione dell’Ilt, L’Istituto Italiano di Tecnologia creato sotto il governo Berlusconi e noto per aver divorato una gran quantità di fondi pubblici senza aver prodotto neanche la metà della Fraunhofer tedesca. Rimane inoltre un mistero il trasferimento di 3,5 milioni di euro al laboratorio di nanotecnologie guidato dalla ex moglie, autorizzato dallo stesso Cingolani. Dunque appare originale il fatto che il sogno della transizione ecologica possa essere realizzato da un fisico votato alla robotica e alle life sciences, che intervistato anni fa da Eni affermava che le rinnovabili sono le soluzioni meno utili per l’educazione ecologica all’energia…

 

Speranze green

In un momento così difficile e delicato per il Paese è necessario che il governo faccia dell’ambiente la sua bandiera e non rimandi ulteriormente il problema a un futuro indeterminato. Per questo è necessario che le intenzioni emerse dal discorso programmatico di Draghi vengano innanzitutto concretizzate sotto forma di provvedimenti urgenti e scelte tangibili, cercando di rientrare il più possibile nei target europei che continuiamo a travalicare. Indirizzare in senso green la società avrà sicuramente degli effetti non solo sull’economia circolare, ma anche sul lavoro, sul benessere sociale, sulle imprese e le attività impantanate nelle difficoltà politiche ed economiche che ci siamo ritrovati ad affrontare a causa della pandemia e non solo.

Il futuro riguarda tutti e investe tutti i campi e tutti i cittadini che sperano in un nuovo modello di crescita diverso dalle trascuratezze figlie di un passato di errori. I problemi ambientali fanno parte di una visione organica della società nel suo complesso e questa visone omogenea assume ancora più importanza se consideriamo la nostra presidenza del G20 e la Youth4Climate che si terrà a  Milano nel 2021. Soltanto grazie a scelte certe e ad ampie attribuzioni sarà possibile trasformare la politica italiana in materia ambientale.