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Made in Italy, but at what cost?

Un'inchiesta del New York Times rivela cosa si cela dietro i capi firmati dei più noti marchi italiani dell'alta moda.

Dal 18 al 24 settembre si è svolta la Milano Fashion Week, celebre manifestazione di moda che si svolge nel capoluogo lombardo due volte l’anno. Forse non casualmente proprio il 20 settembre il New York Times ha pubblicato un’inchiesta dal titolo “Inside Italy’s Shadow Economy”, che sferra un durissimo attacco al sistema della moda italiana, accusando alcuni tra i più noti marchi del “made in Italy” di sfruttare lavoratrici pugliesi a domicilio per confezionare a pochi euro abiti griffati per le grandi aziende.

La lunga inchiesta inizia con il racconto di una donna di mezza età, di Santeramo in Colle, piccolo paese in provincia di Bari, che quotidianamente lavora in nero nel suo appartamento, senza alcun tipo di contratto o assicurazione, cucendo abiti e capispalla per conto di fabbriche locali che rispondono ad alcuni dei nomi più famosi dell’alta moda, come MaxMara, Louis Vuitton e Fendi. La donna, che non ha voluto essere nominata, viene pagata in contanti, su base mensile, con una media di 1 euro per ogni metro quadrato di tessuto cucito, mentre gli abiti che produce saranno poi venduti nei negozi anche a 1000 o 2000 euro.

Sarta pugliese. Credits: Gianni Cipriano for The New York Times

Il lavoro domestico è una delle basi su cui si poggia la catena di produzione del cosiddetto fast fashion, ovvero un settore dell’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda ma vendute a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi. Questo fenomeno è presente soprattutto in India, Bangladesh e Vietnam, dove le donne lavoratrici sono tra le figure più deboli e meno protette dell’industria. Sebbene non si possa equiparare la condizione di vita delle lavoratrici pugliesi a quella delle lavoratrici di questi paesi, i loro salari sono simili. Lo sfruttamento è quindi presente anche in Italia, incrinando l’immagine tradizionale del “made in Italy” come sinonimo di lavoro equo e di competenze artigianali di alta qualità.

In questo settore in Italia non esiste un salario minimo nazionale, anche se viene considerato adeguato uno standard tra i 5 e i 7 euro orari. Tuttavia le lavoratrici intervistate guadagnano significativamente di meno e venendo assunte irregolarmente non hanno la protezione del sindacato, rimanendo perciò isolate.

L’inchiesta ha rivelato che nella sola Puglia sono circa 60 le donne che lavorano a domicilio per i grandi brand di lusso, venendo pagate a cottimo, in base a quanti ‘pezzi’ producono. Sono poche quelle che hanno il coraggio di raccontare le proprie storie, timorose di perdere il misero stipendio che tuttavia, per molte, è fonte di sostentamento. Inoltre la flessibilità del lavoro domestico permette loro di avere un guadagno extra se hanno già un altro lavoro o di occuparsi della famiglia.

“So che non sono pagata quanto sarebbe giusto, ma gli stipendi in Puglia sono molto bassi e ultimamente mi piace ciò che faccio. L’ho fatto per tutta la vita e non potrei fare nulla di diverso” dice alle reporters del New York Times un’altra sarta.

Le centenarie fondazioni di moda del “made in Italy” negli ultimi anni hanno vacillato sotto il peso della burocrazia, dei costi crescenti e dell’altissima disoccupazione, soprattutto nel Sud Italia, dove l’industria è stata colpita dal boom del lavoro straniero a basso costo, con conseguenti delocalizzazioni delle fabbriche all’estero. Questo processo ha intensificato la competizione locale e ha forzato i proprietari delle fabbriche ad abbassare i costi.

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Tuttavia, il commercio di lusso è uno dei pochi settori dipendenti dalla qualità manifatturiera italiana, ed è responsabile del 5% del PIL, con 500’000 persone impiegate in esso nel 2017.

Nonostante sia un settore che, secondo i dati, è destinato a crescere, gli sforzi compiuti dalle aziende per tenere bassi i costi senza pregiudicare la qualità dei prodotti, hanno un prezzo per chi lavora al fondo del processo di produzione.

Tania Toffanin, autrice di “Fabbriche invisibili”, un libro che indaga il rapporto tra produzione manifatturiera e lavoratrici a domicilio, stima tra 2000 e 4000 le lavoratrici in nero che in Italia lavorano per l’industria dell’abbigliamento, ma non è possibile quantificarle precisamente, poiché mancano dati ufficiali.

Secondo Debora Lucchetti di Abiti Puliti, la struttura frammentaria del settore manifatturiero, fatto di centinaia di piccole e medie industrie, è una delle ragioni valide per spiegare la rilevanza del lavoro domestico in nero in un paese economicamente avanzato come l’Italia. Infatti, molti brand di lusso esternalizzano il grosso della lavorazione, affidandosi a fornitori locali, i quali a loro volta appaltano parte della produzione a sub fornitori che da ultimi negoziano contratti a loro piacimento con le fabbriche della zona e con i lavoratori a domicilio. In questo modo si crea un’intricata catena in cui è difficilissima la trasparenza e può dunque proliferare lo sfruttamento.

Si sa benissimo quindi che il lavoro a domicilio esiste, ma è così nascosto che spesso i grandi brand non sanno cosa succede ai livelli inferiori della catena di produzione, anche se, secondo la Lucchetti, molte aziende ne sono consapevoli.

Louis Vuitton, indagato, ha rifiutato di commentare, mentre MaxMara ha ribadito che: “Una catena di fornitura etica e corretta è una componente chiave della nostra produzione”.

Dalla collezione MaxMara

È dura la reazione di Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda, che ha criticato senza mezzi termini le pungenti accuse del quotidiano statunitense: “Un attacco vergognoso e strumentale. La Puglia non è il Bangladesh”. “Gli americani rosicano – ha osservato – perché siamo sempre più bravi e avanti nella moda sostenibile”.

Non sembrerebbe esattamente così, stando alle conclusioni finali dell’inchiesta, secondo cui una mescolanza di vari fattori, tra i quali una generale antipatia per la regolarizzazione, l’altissima disoccupazione pugliese, la mancanza di un salario minimo nazionale fissato dal governo e una crescente liberalizzazione delle assunzioni non regolamentate, stanno isolando sempre di più chi lavora ai margini del processo di produzione.