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Messico-Usa: negli occhi di un bambino, un briciolo di umanità

Mondiali Russia 2018. Il Messico ha vinto contro la Germania. Sì, proprio contro quelli là, i crucchi. Quelli che, calcisticamente parlando, detestiamo e che battiamo sempre, o quasi.  Ci stanno simpatici ora, i messicani. Hanno battuto i tedeschi e hanno i nostri colori sulla bandiera. Li guardiamo e sorridiamo, sono come noi italiani, solari e pieni di vita. Poi sul giornale appare una foto: è un bambino, è messicano, alza le braccia, ma non esulta. Piange, ma non di gioia.

Ad alcuni giornalisti dell’Associated Press probabilmente la partita non interessava. Avevano altro in mente. Un biglietto aereo, un’idea e un obiettivo: andare lì alla frontiera dell’umanità, tra Messico e Stati Uniti. Là dove migliaia di famiglie tentano di oltrepassare quel confine, non solo geografico ma anche simbolico. Sognano una vita migliore per i propri figli, in quella che, un tempo, era da tutti considerata la terra delle opportunità.

Ma se il Cristo di Carlo Levi, a proposito di migranti, si è fermato a Eboli, loro si fermano in Texas. Più precisamente a Ursula, una struttura di “accoglienza” nel sud del paese. La politica di “tolleranza zero” verso i “clandestini” di Donald Trump qui è attuata alla lettera. Per accogliere al meglio i nuovi arrivati, il presidente ha pensato bene di attuare una politica di separazione tra figli e genitori, e rinchiuderli in gabbie. Circa duemila bambini, come animali, tra bottiglie d’acqua e coperte termiche gettate a terra, circondati da reti di ferro.

“Sono trattati bene”, si è difeso il governo; quasi quanto quelli della “crociera” offerta qualche giorno fa dal nostro Ministro degli Interni italiano a 629 persone.

Bambino messicano nel centro di accoglienza alla frontiera tra USA e Messico.
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Ma oggi è la giornata mondiale del rifugiato. Per un attimo negli occhi di quel bambino, spariscono tutte le polemiche. Nelle grida strazianti dei bambini messicani che invocano i propri genitori (nel video pubblicato dall’organizzazione ProPublica) emerge tutto il dolore dell’essere umano.

Ritorna nella mente la foto di Aylan, disteso sulla spiaggia, inerme. Ritorna la foto del bambino siriano, ferito e impolverato, immobile nell’ambulanza con lo sguardo fisso nel vuoto, dopo il bombardamento che gli portò via il fratello maggiore. Spariscono le polemiche, emergono i rimorsi e la tristezza. Là dove dovrebbe esserci un pallone, c’è sangue. Là dove dovrebbe esserci il verde del parco, c’è il grigio di una gabbia. A distanza di migliaia di chilometri, ma tra loro collegati, da un passato doloroso e, per i più fortunati, da un futuro di speranza ci sono i figli di questo nuovo mondo. E nel mezzo odio, razzismo, opportunismo e, soprattutto, indifferenza.

L’ex attivista Vittorio Arrigoni direbbe << anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda, noi restiamo umani >>.

E allora, tra una partita del mondiale e un’altra, pensiamo a quello che accade intorno a noi.

 

Una mamma con il figlio, sotto lo sguardo della polizia di frontiera.

E ricordiamocelo sempre, ma soprattutto in giornate come questa: restiamo umani.

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