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Pantera: un’onda travolgente nelle università

Il movimento studentesco del 1989 che protestò contro la privatizzazione delle università

I giovani sono da sempre il magma in fermento della società. L’abbiamo visto, in passato, nelle mobilitazioni studentesche del ’68, quando i giovani studenti scelsero di occupare le sedi delle università. Rivolgevano le proteste contro un’istituzione ormai cattedratica e stantia che non considerava le opinioni degli iscritti. Lo vediamo oggi, con le manifestazioni pacifiche del Fridays for Future. Ma cos’è cambiato in questi anni? Per comprenderlo, si può osservare da vicino un particolare movimento promosso dagli stessi studenti, nato nel dicembre 1989: Pantera.

 

Cos’è Pantera?

Pantera è nata dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi dell’Università di Palermo che il 5 dicembre occupò la facoltà di Lettere. L’intenzione era quella di denunciare le fatiscenti condizioni materiali in cui versava la facoltà. Ma la causa scatenante fu la riforma Ruberti, il cui promotore era l’allora ministro dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica. La reazione non attese a diffondersi rapidamente in altre facoltà di Palermo fino a raggiungere altri Atenei quali La Sapienza di Roma.

 

Le cause della reazione

Il motivo per cui la riforma suscitò l’immediata indignazione degli studenti fu la privatizzazione delle università. La trasformazione del sistema organizzativo avrebbe infatti affidato alle aziende il finanziamento degli Atenei, sottraendo allo Stato la spesa per i fondi di ricerca, per la manutenzione e per tutti i meccanismi di funzionamento delle Università. Questo aspetto gettò gli studenti delle facoltà umanistiche in uno stato di insicurezza: erano convinti, infatti, che le aziende private avrebbero destinato i fondi principalmente a facoltà scientifiche. I risultati emersi dalle ricerche in questi ambiti influiscono nell’immediato sulla società. Di conseguenza fu naturale aspettarsi che altri studi meno “utili” fossero accantonati. Questo fece temere per i fondi indirizzati alle facoltà umanistiche, ai cui studenti si prospettava un pessimo scenario: l’abbandono e la trascuratezza delle arti, delle lettere, della filosofia.

 

L’opinione degli studenti accantonata

Come se non bastasse, la riforma impediva anche agli studenti di disporre di potere decisionale all’interno dell’organizzazione universitaria. Era attivo, al tempo, un Consiglio studentesco che non permetteva di intervenire nelle questioni nevralgiche. Si trattava infatti di un organo puramente consultivo, senza nessuna finalità pratica. A questo punto i motivi della ribellione erano maturati completamente: i ragazzi direttamente coinvolti occuparono  molte facoltà  e  si dichiararono appartenenti ad un movimento politico, apartitico, democratico, non-violento, antifascista. Il nome fu ideato in seguito.

 

Pantera: un nome stravagante

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Una volta che l’energia contagiosa dei ragazzi ebbe raggiunto anche Roma, il fermento si spinse a un punto tale da far interpretare un semplice fatto di cronaca come un simbolo di ribellione. Nella notte del 27 dicembre 1989 fu avvistata una pantera a Roma e da quella notte cominciarono le ricerche per dare la caccia al felino. Tutti gli sforzi furono vani. L’episodio suggerì a due pubblicitari il confronto con la situazione nelle università e lo espressero con uno slogan: “La pantera siamo noi” , slogan che donarono all’Università La Sapienza.

 

Il sassolino nello stagno

Il movimento iniziò a delineare i propri propositi per ottenere risultati politici concreti. Il primo passo fu la convocazione della prima assemblea nazionale del movimento a Palermo il primo febbraio 1990. Fondamentale fu la decisione di estendere la partecipazione anche ad altre categorie di persone legate all’università come dottorandi, assegnisti di ricerca e professori.

I risvolti pratici furono trascurabili, dal momento che l’assemblea non fu in grado di programmare altre forme di opposizione diverse dall’occupazione, ma quest’unione di studenti e professori segnò una rottura con il sistema accademico precedente: la collaborazione tra questi diversi gruppi diede origine a seminari autogestiti, tenuti da professori ospiti, o a biblioteche create appositamente per lo studio incentrato sulla ricerca. Ognuna di queste nuove idee si abbatté sulla struttura solida dell’Università, fino a sgretolarla. Dopo aver aggredito le fondamenta di quell’obsoleto sistema fatto esclusivamente di nozionistiche lezioni frontali, l’Università assunse forme più agili, a misura di studente.

 

Il significato culturale di Pantera

Nel mese di febbraio, però, questo movimento iniziò a spegnersi, proprio perché il ministro Ruberti pianificò alcuni emendamenti alla legge, cosa che favorì il ruolo degli studenti nelle decisioni sul piano organizzativo dell’Università.

L’importanza di questo movimento emerge non tanto dal risultato pratico, che di fatto fu scarso, ma dall’eco culturale che ha provocato. Rispetto ai moti studenteschi del ’68, che furono molto più violenti e molto più duraturi, Pantera ebbe solo pochi mesi di vita, ma si estese così largamente da portare aria nuova nelle aule dell’università, sanando quel divario studente-allievo, che era stato tanto rimarcato proprio nelle insurrezioni degli anni Sessanta.