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La necessità di parlare

Dover dire sempre la tua opinione e non fai in tempo ad averne una.

Riassumendo: Pinochet fu dittatore in Venezuela, la Nigeria è ancora colpita dall’ebola, Lagos è una delle città col migliore tenore di vita al mondo, la mafia aveva una sua etica ma l’ha corrotta la finanza, Battisti fu autore di stragi, Mani Pulite fu un colpo di Stato. E si potrebbe andare oltre, ma è meglio fermarsi ai casi più recenti.
Non v’inganni il fatto che molti errori siano stati commessi da membri del Movimento 5 Stelle: non è questo il centro del discorso. V’è infatti anche una perla di Diego Fusaro, sedicente filosofo torinese, pensatore di complotti professionista.

Non è importante chi sbaglia, né la straordinaria capacità di sbagliare di alcuni individui. Ciò che davvero conta, e preoccupa, è la tendenza a parlare senza prima essersi informati, nonostante tutti i mezzi a disposizione. La causa potrebbe essere la presunzione, l’ignoranza stessa, che, oltre a essere sinonimo di scarsa o nulla conoscenza, comporta poca voglia di informarsi, o il dover dare sempre un’opinione, ma “non fai in tempo ad averne una”. Il risultato è un’affermazione sbagliata, da cui conseguono ragionamenti sbagliati, e quindi scelte sbagliate. Finché quest’errore viene commesso da una persona comune, il problema rimane contenuto. Un po’ di cultura muore, chi sente l’errore prova dolorose fitte intercostali, e rischia di venire accusato di presunzione se prova a sottolineare l’errore, ma non succede niente di tragico. La tragedia avviene invece quando sbaglia qualcuno in grado di influenzare ampie fette di popolazione, come un politico.

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Quando, nel II secolo, Luciano di Samosata componeva “L’elogio della mosca”, parlava del nulla. O, meglio, parlava di qualcosa, ma era qualcosa di vile, che lui, con una capacità retorica straordinaria, rendeva eccelso. Egli alterava la realtà, ma lo faceva semplicemente ponendo tutto sotto una luce diversa. E poi lo faceva per gioco, con la consapevolezza di stare solamente scherzando con la parola. Eppure, nonostante fosse solo un gioco, dietro vi era grande lavoro, grande talento e una capacità intellettiva non da poco.

Quando, nel XXI secolo, qualcuno dei soggetti sopracitati compone una simile perla, pone la realtà sotto una luce diversa, ma è una realtà inesistente, sbagliata, senza fondamenti storici o logici a sostenerla. E non lo fa per gioco, ma con la convinzione di dire affermazioni importanti, o anche solo giuste. Sentono l’esigenza di parlare, ma sbagliano nei tempi, nei modi, e, soprattutto, nei contenuti.
Il vero dramma non è però l’errore in sé, ma ciò che ne consegue, il diffondersi a macchia d’olio dell’errore, in quanto chi ascolta quei soggetti è spesso più ignorante di loro. E non azzardatevi a contraddirli! Vi tacceranno di presunzione, di saccenteria, e, non paghi, vi liquideranno con un “Ma sì, è uguale!”. Sarà questo “Ma sì, è uguale!” a farvi perdere le speranze. Vi renderete conto dell’incapacità del vostro interlocutore di comprendere la differenza fra giusto e sbagliato, e quindi di sostenere un dibattito. Di qui, i dubbi sulle loro capacità di esprimere un voto, in particolare in Parlamento.

“Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre Dante darebbe l’epiteto medesimo ch’egli diede alle unghie di Taide, sono atte a raccattar lo stabbio, ma non degne di levarsi per sancire una legge nell’Assemblea”. D’Annunzio la pensava così, con una spocchia forse eccessiva, ma fondata. Pur essendo fondata, è però antidemocratica, in quanto chiunque possiede, per fortuna, il diritto di “levare la mano” per esprimere il proprio voto. Ma dato che sarebbe sbagliato negare il voto agli ignoranti, bisogna negare il voto all’ignoranza. Qual è la differenza? Combattendo gli ignoranti si combattono degli individui che si trovano nella loro condizione per cause spesso estranee a loro, di stampo sociale e culturale, dovute all’ambiente in cui sono nati e cresciuti. Combattendo l’ignoranza si combatte invece il problema, aiutando gli individui, e non attaccandoli. Forse, ragionando in questi termini, acquista un significato diverso il resto del discorso dell’autore:”Difendete il Pensiero ch’essi minacciano, la Bellezza ch’essi oltraggiano! Verrà un giorno in cui essi tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete l’antica liberale opera dei vostri maestri e quella futura dei vostri discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate, essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica”.