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Peter White, Prévert e poesia – Intervista

"L’idea del cielo stellato è molto ricorrente delle mie canzoni. Prévert mi ha influenzato molto".

Il suo esordio con la musica è stato travolgente. Alti gli ascolti, alte le posizioni in classifica, alte le condivisioni. Un fenomeno emerso all’improvviso, sulla scia di una scuola musicale romana che tanto piace al resto d’Italia. Peter White non ama però farsi inquadrare in categorie. Non vuole farsi etichettare, né darsi un genere. Abbiamo quindi deciso di scavare nella sua vita e nei suoi testi, scoprendo un lato estremamente poetico.

Il tuo “Primo Appuntamento” con la musica è stato un successo: dove ti vedi fra 5 anni e dove vedi il tuo genere, l’indie-rap?

Il mio primo appuntamento con il pubblico sta andando bene. Sto ottenendo risultati migliori rispetto ai singoli che avevo pubblicato in precedenza, anche solo a livello territoriale. Mi stanno scrivendo non solo da Roma, ma da tutta Italia, da Milano a Napoli. Si sta spargendo un po’ a macchia d’olio. Tutto ciò è molto positivo, perché significa che i miei lavori stanno piacendo non solo a quelli intorno a me. Non so bene dove mi vedrei fra 5 anni: per usare un po’ una frase da calciatore, bisogna ragionare partita per partita, anzi, canzone per canzone. Scrivere mi piace, mi piace fare musica e vediamo come andrà. Per quanto riguarda l’indie-rap, c’è da dire che in Italia la musica evolve molto velocemente; quindi potrebbe diventare molto più forte, assumendo i caratteri del cantautorato, oppure scomparire, magari con una ripresa del rock, poco presente in Italia.

Mi viene in mente una citazione di Tenco, che diceva “quando sono felice esco, quando sono triste scrivo”. Questo è vero, ma fino a un certo punto. Se è vero che uno è più portato a scrivere quando è un po’ più giù, viene anche la necessità di trascrivere momenti felici.

Nei tuoi testi si alternano gioia e tristezza, malinconia: ti ritrovi più nei testi tristi o in quelli allegri?

È come chiedere a un genitore quale figlio preferisca. Sono complementari. Mi viene in mente una citazione di Tenco, che diceva “quando sono felice esco, quando sono triste scrivo”. Questo è vero, ma fino a un certo punto. Se è vero che uno è più portato a scrivere quando è un po’ più giù, viene anche la necessità di trascrivere momenti felici. Vi sono elementi che apprezzo in entrambi. Ci sono momenti tristi che poi, magari col tempo, diventano felici: è un confine molto labile.

Hai citato Tenco: ti piace il cantautorato italiano?

Sì, ho una grande passione per il cantautorato italiano, partendo da De Gregori, che per me è un caposaldo. Poi De André, Battiato, Dalla, Tenco, e tantissimi altri. Erano i dischi che i miei mettevano mentre eravamo in viaggio. Mi ricordo che mia sorella mi diceva “No, ma queste sono tristi, cambia”, e io rispondevo “No, no, lascia”, e mi sentivo tutto, Mina, Loredana Bertè, Mia Martini, qualsiasi cosa. Mi sono appassionato così alla musica. Se poi penso a grandi come Guccini e De Gregori, mi rivedo in loro, nel senso che erano persone schive, che preferivano magari suonare per poche persone, in luoghi più intimi. Io mi sento un po’ buttato in mezzo al grande pubblico, e, anche se mi piace tantissimo, mi trovo un po’ in difficoltà. Sono sempre stato concentrato sul lavoro dietro le quinte, studio e registrazione; qui se sbagli puoi correggerti, puoi ricominciare da capo. Ora invece sto facendo i conti con l’altra parte di quello che ormai è il mio mestiere, ed è difficile, anche se ti dà soddisfazioni che non puoi avere rimanendo in studio. C’è tanta tensione: è come fare dieci esami di fila, per dirti la botta di adrenalina che ti dà un concerto.

Andare a Torino non è come fare un viaggio: è come andare in un’altra parte di me. È come se mi fossi cambiato maglione, come se mi fossi messo un altro maglione mio, che avevo in un cassetto e che odora di casa, di “tuo”.

Quanto conta il tuo vissuto personale nella composizione dei testi? E quanto conta la tua realtà cittadina?
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Il mio vissuto conta tantissimo. Non ho mai scritto di cose che non siano personali, anche perché cantarle non sarebbe facile. Sono molto geloso dei miei testi. Non riuscirei a cantare qualcosa scritto da altri. Scrivere è la cosa in cui mi ritengo più forte, in cui mi immergo di più. E conta tanto anche la realtà cittadina, però, anche se scrivo spesso della mia città, molti dei miei testi sono stati composti in viaggio, durante esperienze particolari. Una canzone è stata scritta a Lisbona, un’altra a Parigi, un’altra ancora tornando in viaggio in autostrada. Mi piace molto scrivere sul momento, quando viene l’ispirazione. Non è facile farsela venire, quindi bisogna scrivere quando arriva.

Officina Magazine è nata a Torino e tu hai dedicato una canzone a Torino: ci racconti i tuoi ricordi torinesi?

Io sono per metà di Torino, dalla parte di mia mamma. Torino è la mia seconda città: lì ho una casa e ci vado spesso. È bellissima e, secondo me, molto sottovalutata. Nel disco torna spesso. È difficile spiegarsi. Andare a Torino non è come fare un viaggio: è come andare in un’altra parte di me. È come se mi fossi cambiato maglione, come se mi fossi messo un altro maglione mio, che avevo in un cassetto e che odora di casa, di “tuo”. È indossare qualcosa di familiare, con un odore di casa, che riconosci subito.

Prévert mi ha influenzato molto. In “Torino” c’è la frase “Baciarci ubriachi/ Intrecciando le strade/ E mischiando le piazze/ Dei paesi orientali”: in realtà io volevo assolutamente citare “I ragazzi che si amano” di Prévert, anche se poi ho dovuto rinunciare per questioni di metrica.

In “Birre chiare” parli di Aperol: facciamo chiarezza sui tuoi gusti. Birra o vino?

Dipende dalle situazioni. Come dico in “Acquario”, sono indeciso pure su cosa bere. Giusto qualche giorno fa ero in un posto e non sapevo cosa scegliere. Alla fine ho preso il vino, perché in sti giorni sta facendo un po’ freddo. Ogni tanto ci sta la birra gelata, altre volte invece serve il vino. Altre volte ancora ci sta l’aperol. Diciamo che se proprio dovessi scegliere ti direi vino rosso. Magari, per restare in Piemonte, ti direi un Nebbiolo, o un Dolcetto d’Alba. Birra preferita è la Chouffe, o anche un’Ichnusa non filtrata. Se no, per andare sul classico, una Peroni o una Menabrea.

Domanda letteraria: “le sette schegge vitree del tuo riso stellato”. È una frase di Prévert: a quale delle tue canzoni la assoceresti?

Io adoro Prévert, e quella frase si trova in un libro che ho regalato alla mia ragazza. Direi che la canzone in cui la rivedo è “Ombre”, dove canto “Due birre alla luna che è piena/ Puoi fumare con le stelle sopra a un tetto”. L’idea del cielo stellato è molto ricorrente delle mie canzoni. Prévert mi ha influenzato molto. In “Torino” c’è la frase “Baciarci ubriachi/ Intrecciando le strade/ E mischiando le piazze/ Dei paesi orientali”: in realtà io volevo assolutamente citare “I ragazzi che si amano” di Prévert, anche se poi ho dovuto rinunciare per questioni di metrica. Quella poesia è il suo capolavoro, anche se ormai è stata banalizzata dalla pubblicità dei Baci Perugina. Quest’idea dei ragazzi che si baciano, nel mezzo della notte, e se ne fregano dei passanti, di tutto. Loro stanno lì, “nell’abbagliante splendore del loro primo amore”. È una frase pazzesca.

Il tuo stato su Whatsapp è “E quello che volevo dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. Da dove viene e che significato ha per te questa frase?

È un’altra frase a cui sono molto legato. È di Hikmet, un poeta turco. Ha avuto una vita molto travagliata. Era filosovietico, quindi è stato in carcere per parecchi anni. Ha viaggiato tantissimo. Scriveva principalmente della mancanza di amore e di libertà. Ha scritto questa poesia bellissima, che inizia con “il più bello dei mari è quello che non abbiamo” e fa una lista delle cose più belle che possano esserci: e finisce con “e quello che volevo dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. Frase che poi ho ripreso per “Saint Tropez”, per la seconda strofa (“E le frasi più belle che non ti ho mai detto”, ndr).