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Come funziona il Rosatellum bis? – Elezioni 2018

Luci e ombre della legge elettorale: il Rosatellum bis

 

Il Rosatellum bis è uno schema elettorale misto, unione dei sistemi proporzionale e maggioritario.

Cominciamo dal maggioritario. Tale sistema è quello che si applica mediante collegi uninominali, cioè collegi nei quali si elegge un solo candidato. Il territorio italiano è suddiviso per la Camera in 231 collegi uninominali che eleggono altrettanti candidati, più un solo deputato eletto nella circoscrizione della Val D’Aosta. Nei collegi uninominali è eletto il candidato che otterrà la maggioranza relativa (almeno un voto in più su tutti).

I restanti 386 seggi sono eletti con sistema  proporzionale in circa 70 o 77 collegi plurinominali; in questo caso le liste dei candidati saranno bloccate, cioè i nomi degli eletti saranno scelti dai partiti.

La presunta costituzionalità delle liste bloccate (più volte oggetto di sentenze di incostituzionalità da parte della Consulta) si basa sulla presenza dei nomi stessi sulla scheda elettorale e sul fatto che ciascuna lista conterrà un numero molto ristretto di candidati. Alla circoscrizione estero vengono attribuiti 12 seggi da eleggere con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, saranno 103 i senatori eletti con il sistema maggioritario, 206 con il proporzionale, più 6 destinati alla circoscrizione estero.

L’utilizzo di un sistema misto è volto ad assicurare governabilità al paese, sfruttando i pregi del sistema maggioritario, e allo stesso tempo garantire la rappresentanza politica tramite un sistema proporzionale, che con questa legge prevedrebbe soglie di sbarramento al 3% per liste singole e al 10% per le coalizioni. L’idea è buona, il risultato molto meno. Il problema, a mio avviso, è che solo una parte esigua dei parlamentari sarà eletta col maggioritario (solo il 36% !) e la stragrande maggioranza (64%) con il proporzionale: questo, unitamente a soglie di sbarramento così basse, comporta un’estrema frantumazione politica in aula; in un sistema tripolare, come ora il nostro, equivale ad un’impossibilità di raggiungere una maggioranza in grado di esprimere un governo.

Secondo gli ultimi sondaggi, oggi con il Rosatellum bis, nessuna forza politica riuscirebbe a ottenere la maggioranza in Parlamento, come possiamo vedere dalla foto seguente; si dovrebbe dare inizio a un Governo di larghe intese, con grande difficoltà di realizzazione di un programma unitario e una paralisi politica. Di nuovo.

Direi che già a questo punto la debolezza della legge elettorale in analisi è evidente … ma procediamo con altri aspetti: le modalità di voto.

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L’elettore dovrà votare su un’unica scheda in cui comparirà il nome del candidato per il collegio uninominale sopra le liste che lo sostengono (contenenti ciascuna i propri candidati per il proporzionale). Qualora un elettore decidesse di barrare esclusivamente il nome del candidato al collegio uninominale, il suo voto sarà distribuito alle liste che lo sostengono in proporzione ai voti ottenuti a livello nazionale da ciascuna di esse. Ad esempio, se in un collegio ci sono dieci voti di elettori che si sono limitati a barrare esclusivamente il nome del candidato, il quale è sostenuto da tre liste che ottengono rispettivamente il 30 per cento la prima e il 10 le altre due, i 10 voti raccolti dal solo candidato saranno ripartiti così: sei alla prima lista e due a testa tra le altre due. Inoltre non è previsto il voto disgiunto: non si potrà votare un candidato nella sezione uninominale e votare nel proporzionale una lista/coalizione che sostiene un altro candidato.

Queste modalità di voto sono un inganno: essendo collegato il voto del collegio uninominale a quello della parte proporzionale, il candidato per il collegio sarà, in realtà, il capolista bloccato di più collegi plurinominali.  Al dunque, l’elettore non sceglie sostanzialmente nulla.

Il Rosatellum bis nasce per favorire le coalizioni, coalizioni che dovranno essere presentate prima del voto. In un sistema partitico come il nostro, in cui troppi “inciuci” sono stati perpetrati, in cui il senso di identità politica è solo un vago ricordo, un tale meccanismo di votazione porterebbe ad un impasto indefinito e indefinibile in aula, senza più alcun controllo da parte del corpo elettorale sui propri rappresentanti.

Ma quel che è peggio, e che passa in secondo piano, è un piccolo capo della legge: tutte quelle liste che sono in una coalizione e che non raggiungono il 3% ma superano l’1% andranno a favorire le liste della medesima coalizione; infatti i voti di queste liste dimenticate da tutti saranno ripartiti nella coalizione, cioè ad altri partiti. Viene abbattuto il principio di rappresentanza che è alla base di ogni democrazia. Queste liste, chiamate “liste civetta”, hanno come scopo quello di drenare voti a partiti più grandi. L’apripista contemporaneo è stato Berlusconi con la creazione del Movimento Animalista guidato dalla Brambilla, ma questo espediente è già stato sfruttato dal Fascismo per sottrarre voti agli altri partiti. È uno stravolgimento inquietante dei capisaldi democratici.

E nel metodo? Il Governo, per avere la certezza di far passare questa legge, ha posto la questione di fiducia sul disegno. La questione di fiducia è un’arma importante del Governo con la quale minaccia le dimissioni e la crisi di Governo, se il Parlamento blocca la legge. Le critiche a questa decisione governativa sono piovute da ogni dove: politici e costituzionalisti, esperti di diritto, politologi …

Le critiche sono fondate principalmente sull’art. 72 della Costituzione, in base al quale la legge elettorale deve essere approvata tramite l’iter ordinario: in questo articolo, in realtà, non è espresso il divieto di porre la questione di fiducia sulla legge elettorale,  ma è intuibile.

Il Governo, in propria difesa, cita il caso di Nilde Iotti, Presidente della Camera che nel 1990, giustificò l’apposizione della questione di fiducia in materia elettorale. Certo, se un illustre figura politica, quale Nilde Iotti, giustifica ciò, lo può fare anche la Boldrini. C’è solo un punto che non mi quadra: nel 1990 la legge elettorale in votazione riguardava i sindaci, non i parlamentari. La differenza è rilevante; infatti, saranno i parlamentari, comunque eletti, che esprimeranno un governo.

Il fatto che un governo ponga la questione di fiducia, una sorta di ricatto politico, su una legge che porterà alla formazione di un nuovo governo è sicuramente poco corretto. È una questione che poggia sul principio della ragionevolezza, tanto caro alla Corte Costituzionale.

Inoltre, se esponenti dell’opposizione votano a favore della legge su cui è posta la questione di fiducia, teoricamente entrano a far parte della maggioranza che sostiene il Governo. È un risultato paradossale.

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