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Ridotti al silenzio

Fuori, intanto, la folla incendiava le piazze

This picture shows an empty senate prior a session for a confidence vote for the new governement on April 30, 2013 in Rome. Italy's new prime minister will face an early test of his mission to reverse Europe's austerity course Tuesday as he meets German Chancellor Angela Merkel after vowing to stop a policy he says is killing his country. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

“Silence, s’il vous plait”
“Ma perché in francese? Siamo in Parlamen-“
“Silence!”
“Ma siamo in Italia!”
“In francese suona meglio. Facciamo come ci pare”
“Non è rispettoso. La Nazione, le istituzioni, hanno una loro dignit-“
“Shut up!”
“Ah, ora in inglese!”
“Facciamo come ci pare. A breve parlerà il Governo. Tutti zitti e seduti”.

Il Senato tacque. Non era un silenzio rispettoso. Pareva timore, più che altro. Ma timore di cosa?
Il Governo – sì, andava scritto con la maiuscola – sarebbe arrivato, con i suoi rappresentanti, di lì a poco. Non si sapeva cosa avrebbero detto. Nessuno lo sapeva. Gli sguardi, perplessi, cercavano il capogruppo della maggioranza. Lui, però, non c’era. Si vociferava che fosse fuori, a fumare. C’era chi diceva che fosse alla macchinetta del caffè. Altri, ancora, credevano che stesse parlando con i giornalisti.

Ci si chiedeva cos’avrebbe detto il Governo. La situazione era grave. La legge di bilancio non era ancora stata presentata alle Camere, e si riteneva ormai certo che il Senato avrebbe dovuto votarla praticamente alla cieca. Un affronto alle istituzioni.

“Silence, s’il vous plait”.
Un brusio, in risposta.
“Silenzio!”
Questa volta fu un urlo. Fermo, deciso. Un urlo che incuteva terrore.

“Entra il Governo”.

Entrò un uomo basso, magrolino, un po’ ingobbito. Portava dei grossi occhiali, aveva le orecchie a punta, grandi. Entrò, con tutta la calma possibile. Sembrava che non cogliesse l’importanza, la tragicità del momento. O, forse, se la stava godendo. Sembrava che non avesse aspettato altro che quel momento, per tutta la sua vita, sembrava che fosse nato per quello.

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Sistemò i fogli – due – sul leggio. Alzò gli occhi, per cinque, lunghi secondi. Poi, senza schiarirsi la voce, cominciò.

“Signore e signori, il Governo si scusa per l’attesa”. E si guardò intorno. Era nato per questo. Sembrava un gigante.

“Signore e signori, il Governo si scusa anche per l’assenza”. Gli rispose un vociare confuso. Chi era quest’uomo, se non un emissario del Governo?

“Signore e signori, il Governo si scusa per aver mandato me, fra tutti i possibili”. Qualcuno urlò, infuriato. Venne rapidamente portato via. Lui, invece, sapeva di essere un gigante.

“Il Governo ha preparato la sua manovra. Vi verrà presentata. Tra qualche ora, tra qualche giorno. Non ha importanza. Avrà invece importanza il vostro voto. Vi invito, pertanto, a scegliere con attenzione”.

Sorrise.

Fuori, intanto, la folla incendiava le piazze.