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Riscoprire la condivisione ai tempi del Covid-19

Riflessioni estemporanee sul termine condivisione

In questi giorni di reclusione forzata, le iniziative per avvertire meno la solitudine sono tante. Nella difficoltà del periodo che stiamo vivendo, fioriscono attimi di incantevole poesia metropolitana. Basti pensare all’iniziativa “Flashmob sonoro” che intende portare la musica tra i balconi delle case degli italiani, non importa saper cantare, non importa suonare uno strumento musicale, importa solo “rompere il silenzio”.

Grazie a queste iniziative, ho avuto modo di meditare a lungo sul senso della condivisione. Sono partita dall’etimo della parola e, come una cosa che sai ma a cui non hai mai prestato veramente attenzione, mi sono resa conto che il verbo “condividere” è composto da due parti: dividere e con.
Mi sono spinta ancora più a fondo nel ragionamento. Ho analizzato il termine dividere, probabilmente dal latino “dis” separazione e “videre” vedere. Pare evidente che la divisione, di per sé, porti ad un concetto di sottrazione, di riduzione, di dimezzamento. Una divisione ci priva di qualcosa e, talvolta, spesso non senza dolore, di qualcuno.

27:3 = 9.
46:2 = 23.
56:7 = 8.

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La divisone ci traghetta da un numero più grande ad un numero più piccolo, da qualcosa in più a qualcosa in meno. Ce lo insegnano alla scuola elementare, con le frazioni, con i dividendi, i divisori, i denominatori (caspita quante D!), con la storia della torta divisa tra tanti bambini. Mi sembra, dunque, che il termine divisione non goda di grande prestigio, come se avesse sempre un’accezione negativa: divisione dei beni tra coniugi; dividere una casa tra fratelli litigiosi; dividersi dal proprio caro che non c’è più.

Specularmente il termine condivisone si colloca in quell’area del mio cervello che mi piace immaginare come una Wunkerkammer delle belle parole. Un attimo di pazienza, mi spiego meglio. Wunderkammer, letteralmente “camera delle meraviglie”, è un’espressione appartenente alla lingua tedesca, usata per indicare particolari ambienti in cui, un tempo, i collezionisti erano soliti conservare raccolte di oggetti straordinari per le loro caratteristiche. Ecco, nella mia personale Wunderkammer astratta colleziono le parole magiche, quelle a cui mi sento affezionata, quelle che trovo belle per il loro suono, la loro forma, il loro significato: setosità, caleidoscopio, viscerale, luccicanza, preludio, maggese, sdrucciolevole, iridescente, polveroso, effluvio, poliedrico, marea, grazia… condivisione, anche.

Tralasciando queste bizzarre elucubrazioni mentali, mi rendo conto che nella parola condivisione il valore aggiunto – che esalta la sottrazione, la riduzione, il dimezzamento – è il CON. Questa preposizione semplice, così breve ma così intensa, fa sì che la divisione con qualcuno pesi meno, che sia amabile, che raddoppi, straordinariamente, il piacere. Dividere insieme a, spartire con: rappresentano partecipazione, coinvolgimento emotivo, somma felicità.
Dunque, siate sempre capaci di condividere le vostre gioie, i vostri successi, le vostre vittorie, ma anche i vostri dolori con gli altri ma soprattutto, in barba all’invidia bieca che caratterizza il genere umano, siate capaci voi di condividere le gioie, i successi, le vittorie e i dolori altrui.

“Happiness only real when shared” sostiene Christopher McCandless in una scena toccante di “Into the wild”.