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SanPa, la controversa storia di San Patrignano

La serie che ha riportato alla luce un frammento di storia italiana

Eroina, l’epidemia degli anni ‘70

Correva l’anno 1972 quando una droga sconosciuta apparve in quantità massiva in tutte le strade d’Italia. Era l’eroina. Per centinaia di migliaia di giovani diventò una tentazione proibita ed un male oscuro che conduceva a morte certa. Si impose prepotentemente sul mercato durante gli anni della violenza, della lotta armata, degli opposti estremismi. Ma questo non fu un caso. Per fronteggiare gli anni di piombo che videro l’acuirsi delle lotte terroristiche, il blocco occidentale decise di avviare l’operazione “Blue Moon”: utilizzare armi non convenzionali per estromettere dalla scena l’ideologia di sinistra declinata in tutte le sue articolazioni. Fu così introdotta l’eroina all’interno degli ambienti giovanili con una subdola tattica messa in atto dai servizi segreti oltre oceano.

La docu-serie SanPa

Questa singolare sfaccettatura della società è rappresentata in modo dettagliato nella docu-serie ideata da Gianluca Neri e scritta insieme a Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, dal titolo “SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano”. Uscita il 30 dicembre su Netflix, la serie ha subito fatto discutere avvicinando migliaia di spettatori che insieme ad una storia potentissima hanno decretato il successo del telefilm. In 5 episodi viene raccontata la dibattuta storia della comunità di recupero di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, a Coriano, in provincia di Rimini. L’intreccio si sviluppa su due piani che vedono l’avvicendarsi di testimonianze con immagini e video di repertorio. La sapiente combinazione consente allo spettatore di immergersi completamente nel mondo portato in scena.

Vincenzo Muccioli

La figura di Vincenzo Muccioli, il deus ex machina, è chiaramente al centro della narrazione. Il nuovo allarmante fenomeno della tossicodipendenza dilaga all’interno della società italiana coinvolgendo tutte le classi sociali. Mentre lo Stato affrontava invano il fenomeno dal punto di vista legislativo, Muccioli si fa carico del problema. Insieme alla moglie apre le porte di casa sua per accogliere giovani tossicodipendenti raccolti dalla strada e curarli con terapie insolite: amore, infusi e massaggi. Presto intorno al podere nasce un’azienda agricola che sarà il fulcro della riabilitazione dei giovani.

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L’obiettivo di Muccioli è restituire alla società persone riqualificate che attraverso la logica del lavoro e della cooperazione siano in grado di far fronte all’astinenza per raggiungere la catarsi. Era necessario combattere lo stereotipo che indicava il tossico come trasandato e sporco, fastidioso e propenso a commettere reati. Nel giro di pochi anni la comunità cresce in modo esponenziale e così anche la notorietà di Muccioli che diviene personaggio di spicco nel panorama mediatico italiano.

Per il fondatore si apre la stagione degli scandali. Il “metodo Muccioli” viene dibattuto in tutte le sale televisive, tra polemiche e consensi viene messo sotto accusa anche nelle aule dei tribunali. Tuttavia l’opinione pubblica ben presto si schiera a favore di Muccioli e del suo modus operandi. Il ritratto che emerge è complesso, il protagonista è descritto a tratti come un “santone” paragonabile alla figura del Messia e a tratti come un “megalomane maschilista” bramoso di costruire una struttura piramidale da gestire come fosse una setta. Eppure è innegabile che Vincenzo Muccioli si sia dedicato vita natural durante alla salvezza di giovani considerati piaga della società.

Il fine giustifica i mezzi?

La serie sollecita molte riflessioni e offre poche certezze lasciando aperte molte domande. Tutto sembra ruotare intorno all’interrogativo “il fine giustifica i mezzi?”. Muccioli amava raccontarsi come un padre di una gigantesca famiglia e allora qual è il male peggiore? Un figlio che smarrisce la strada o un figlio bastonato? La logica era in guerra come in guerra. Le ombre di San Patrignano vengono raccontate in tutta la loro crudezza, dalle celle alle catene, includendo ogni qualsivoglia metodo punitivo.                  La narrazione si sviluppa tra realtà e mistero, l’oscurità si estende anche nei reparti più laboriosi e genera omicidi ancora oggi rimasti irrisolti. Vittime della droga o del potere? Era scomparsa la luce nell’amministrazione gerarchica che dava potere a chi non era capace di sopportare l’odio? Persino la morte di Muccioli è avvolta in un’aurea misteriosa.

San Patrignano oggi

In una nota la Comunità si dissocia dal documentario criticando la ricostruzione della vicenda. “Il racconto che emerge è sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori, qualcuno anche con trascorsi di tipo giudiziario in cause civili e penali conclusasi con sentenze favorevoli alla Comunità stessa”. Piero Villaggio, figlio di Paolo e ospite della comunità per 3 anni, in un’intervista a Repubblica si è pronunciato così :“Di quel posto hanno scelto di raccontare soprattutto la cupezza. Forse perché il pubblico è morboso: preferisce la violenza, alle storie belle. Però San Patrignano era pure sorrisi, giornate di sole. Fiori”.

Senza dubbio il primo merito da riconoscere alla serie è quello di aver fatto riemergere un pezzo di storia che sembrava scomparso dalla memoria di molti. Come spesso accade il privato si muove ancora prima del pubblico e Muccioli affronta il delicato e complesso fenomeno della tossicodipendenza perché la politica di base era reprimi, nascondi alla vista e ospedalizza. Ma il metadone, utilizzato come unico farmaco negli ospedali non faceva altro che consolidare il circolo vizioso della dipendenza.                  Infine il valore aggiunto è dato da interviste inedite cariche di umanità, che travolgono lo spettatore e lo portano a riflettere sul valore del capitale umano.