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Sità Scotè: storie di una città da ascoltare

città in ascolto, città da ascoltare

Sità Scotè è un progetto musicale torinese, giovane e creativo ideato da tre ragazzi e amici giovanissimi: Gabriele Druetta (21), Vittorio Randone (23) e Giorgio Blanco (23). Arrivano da percorsi di studio diversi, Vittorio studia scienze pedagogiche e lavora per Eufemia, Giorgio studia cinema alla Luchino Visconti di Milano ed è uno dei videomaker degli Eugenio in Via di Gioia, Gabriele studia scienze internazionali tra Torino e Bordeaux. Filo rosso che li unisce è la passione per il video making, la cultura e il mondo indie. Insieme a loro ci sono tante altre figure che nel corso degli anni hanno seguito e partecipato al progetto rendendolo possibile, tra i dietro le quinte per eccellenza Carmela la grafica e lo studio di registrazione Blu Musica.

COME E’ NATA L’IDEA?

Non c’è un vero momento topico in cui è nata l’idea – racconta Gabriele – è stato un processo lungo. Avevo l’idea di voler lavorare ad un progetto che legasse la musica e lo storytelling in un’altra forma. Volevo raccontare qualcosa, ma fin qui era tutto super vago. Questa idea mi girava in testa già dalla terza/quarta superiore, ne avevo parlato con tanta gente cercando un supporto ma tutti rispondevano “Sei folle lascia stare, è troppo complicato”. Durante il Salone del libro di Torino del 2017 incontro Vittorio, lavorava lì e anche io stavo facendo alcune esperienze lavorative. Ne parlo con lui. “Bella ci possiamo riflettere e ti presento un mio amico con cui potremmo pensarci”. Così conosco Giorgio. Passiamo tutta l’estate del 2017, pomeriggi interi, pensando a cosa volevamo comunicare e soprattutto come farlo. Finché a settembre si concretizza effettivamente l’idea di Sità Scotè.

COME MAI QUESTO NOME E IN COSA CONSISTE IL PROGETTO?

Sità Scotè è un’italianizzazione di due parole piemontesi sità, ovvero città e scotè, ascoltare. Il sottotitolo infatti è “città in ascolto, città da ascoltare”. Si parla di periferie, intese in senso letterale, le storie a cui diamo voce sono legate alle periferie torinesi, ma anche in senso figurato una periferia come un pezzo di città a parte che è in ascolto della città più grande che fa rumore. Più piccola, nascosta e silenziosa ma in collegamento. Importante da ascoltare perché fa parte della nostra vita, delle nostre relazioni quotidiane.
Abbiamo unito due grandi nostre passioni che ci legano, la musica e il cinema con l’obiettivo di raccontare storie di vita che spesso non sono considerate interessanti dalla maggior parte delle persone. Storie un po’ al margine, storie appunto che hanno come sfondo le periferie di Torino dove queste storie accadono e si trovano a convivere. Abbiamo chiamato, contattato, raggiunto, incontrato 16 cantanti fino ad ora. La maggior parte sono artisti emergenti torinesi, volevamo dar loro voce loro e farli conoscere. Sono accompagnati da alcuni big, artisti un po’ più conosciuti come per esempio gli Eugenio in Via di Gioia, Bianco, The sweet life society e altri che arriveranno in seguito.

COME FUNZIONA?

I cantanti si sono incontrati a coppie in un appuntamento al buio all’americana. Subito dopo hanno incontrato una terza persona, la quale ha raccontato loro la propria storia come testimonianza. Da questi spunti la coppia di artisti ha scritto la propria canzone. Ne sono uscite fuori 8 canzoni che si possono trovare su Spotify, Youtube, Sound cloud, Apple music. Queste canzoni sono state registrate in uno studio importante della città, Blu Musica, per dar la possibilità ad emergenti di registrare gratuitamente in uno studio professionale.
Per quanto riguarda il cinema, l’altro nostro linguaggio, abbiamo creato un documentario a puntate che racconta il processo evolutivo di una canzone e anche e soprattutto le storie che vengono raccontate nelle singole canzoni, le periferie stesse dove queste canzoni hanno luogo.

COSA SIGNIFICA CREARE UN PROGETTO DA ZERO?

Avere un’idea e poi creare un progetto significa crederci molto ed essere entusiasti. Puoi avere anche l’idea più bella del mondo ma sarà sempre diversa dal progetto che verrà fuori, il progetto sarà sempre un’elaborazione di quell’idea. È necessario lavorare, ripensare, confrontarsi, sbagliare tanto, cancellare più volte le proprie idee e mettersi in discussione. In secondo luogo bisogna informarsi il più possibile, parlare con gente, guardare progetti simili e vedere che non ce ne siano di uguali. Poi ovviamente per concretizzare un’idea servono dei finanziamenti. Noi in particolare abbiamo partecipato a vari bandi, abbiamo vinto quello della presidenza del Consiglio dei Ministri insieme alla Città di Torino. Abbiamo partecipato anche ad una campagna di crowdfunding su Eppela da cui abbiamo ricevuto un sostegno enorme da amici parenti, da gente che non conoscevamo e anche dalla Nastro Azzurro che si è affezionata al progetto. E poi vuol dire contattare giornalisti, sentire musicisti e persone che possono raccontare in giro il progetto. È fondamentale creare un team di persone attorno che ti possano aiutare e aver fiducia in loro. Ci siamo affidati a professionisti sia per la creazione del sito che per l’ufficio stampa. Un conto è l’idea, un conto è metterla in progetto e un’altra cosa ancora è creare qualcosa di professionale. Per quest’ultimo punto è necessario lavorarci tanto e mettersi insieme a persone che abbiano alcune professionalità.

RICORDI INDELEBILI?

Tanti. Sicuramente gli eventi e i concerti realizzati, il primo e più importante di questi è stato al jazz club. Abbiamo raggiunto una partecipazione enorme, vedere una folla immensa, la gente che rimaneva fuori perché era troppo pieno è stata una bellissima follia. Ma anche la giornata a Blu musica in cui abbiamo registrato in un giorno le canzoni o quando abbiamo fatto molte delle riprese per il documentario e siamo andati da una parte all’altra di Torino in un giorno solo e abbiamo sentito tantissime storie molte emozionanti, è stato bello vedere come queste persone si raccontavano.

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PROSSIMI PROGETTI?

Avremmo dovuto partecipare ad un festival all’Hiroshima con concerti ed eventi ma siamo stati fermi a causa del coronavirus. Il primo obiettivo utile è far uscire a breve il documentario a puntate, stiamo sfruttando la quarantena per finirlo. Poi di sicuro nuove canzoni e nuove storie. Al momento, sulla scia di molti progetti promossi in questi giorni dal mondo artistico, abbiamo realizzato “Canzoni senza fili”. L’idea è quella di invitare chiunque sappia far musica non per forza professionisti, a sentire una persona cui si vuole bene e tenerle compagnia regalandole un momento di musica. Comporre il numero e dedicarle una canzone. Se questa persona ha voglia può fare il video e postarlo o mandarlo direttamente a noi che lo rimettiamo sui social.

E GLI ARTISTI?

Bhe, loro sono l’anima del progetto, senza cui nulla sarebbe stato possibile. Tra di loro c’è chi è con noi fin dall’inizio e chi è arrivato da poco.

Abbiamo chiesto a due di loro cosa significa far parte di questo progetto:

Francesca Siano, classe 96, cantautrice solista dall’ottobre 2019 in occasione della sua partecipazione al Reset Festival di Off Topic Torino. Prima di allora suonava e cantava in un trio chitarra, sassofono e voce. A gennaio ha registrato il suo primo singolo con Palm music production, ora è fiduciosa in attesa del futuro.
“La musica per me è un atto politico come lo sono le varie manifestazioni dell’arte. Riescono a catturare una parte di realtà e la raccontano senza filtri, il mondo è così vario che più conosciamo, guardiamo, e meno pregiudizi avremo. Scrutiamo ciò che ci circonda, nel modo in cui solo l’arte può farlo. Questa è una convinzione che tengo ben salda”.

CHE COSA SIGNIFICA FAR PARTE DI SITÀ SCOTÈ?

Quando ho incontrato Sità Scotè ho pensato che fosse la mia anima gemella. Era il dicembre 2018 e dovevo andare a questo incontro con un altro artista e una persona che non conoscevo. Nessuno di noi si conosceva. Ho incontrato Ivan, il cantante degli Spell of Ducks, e insieme abbiamo incontrato questo signore che veniva dal Venezuela, aveva affrontato un enorme viaggio per venire in Italia a curare suo figlio e ora viveva a Torino. Dopo cinque minuti eravamo già incollati a questa storia. Ci hanno chiesto di scriverci sopra una canzone.
Capiamoci, è una storia che non ti appartiene, conosciuta due ore in un bar e devi raccontarla con un gruppo di artisti che non conosci con a disposizione i tuoi strumenti e quelli dell’altro gruppo. Abbiamo iniziato a dialogare e costruire la storia di questa persona che non conoscevamo al di là dell’incontro di quel bar ma che volevamo restituire in emozione, forza e bellezza provata vicino a lui a quel tavolo. Sità Scotè è proprio un incontro! È musica che dialoga con il quotidiano, che si accosta a situazioni che a volte sfuggono, difficili da raccontare, di cui non sei testimone. Tutto questo fatto da ragazzi che ti fanno sentire in famiglia, un vero collettivo. Partecipare a questo progetto significa far parte di qualcosa che tenta di promuover la diversità. È una realtà che non si perde nelle parole, pur utilizzandole, ma che agisce verso quella direzione di mondo inclusivo che tutti sogniamo.

Chelo, nome d’arte di Andrea, 21 anni, fa parte di Sità Scotè da sempre, fin dagli inizi. Si è subito trovato tra amici ed è stata una delle ragioni per cui si è buttato a capofitto in questa avventura.

COSA SIGNIFICA PER TE QUESTO PROGETTO?

Con i creatori del progetto siamo amici da una vita, persone belle e interessanti, siamo cresciuti insieme e sapevo come ragionavano. La musica era una delle mie strade e lo sentivo ma ero agli inizi, dovevo capire come partire, quale direzione prendere. Mi sono lanciato in questo scenario che mi ha permesso poi di ritagliarmi il mio spazio ed è stato fondamentale. La canzone che ho scritto io, Paradiso 3×3, non riesco a suonarla da solo. È un duetto, un ipotetico dialogo post mortem tra un carcerato delle Vallette e un suo vicino di casa pieno di pregiudizi. Una metafora tra noi uomini con mille pregiudizi e la realtà nuda e cruda del quartiere. La sfida è stata fondere il mio genere, vicino al cantautorato, con il rap di Jakob, l’artista con cui ho collaborato. Con Sità Scotè sono cresciuto sia umanamente che professionalmente. Oltre ad aver consolidato un rapporto di amicizia che già esisteva, grazie a questo progetto ho fatto le mie prime date da cantante. Mi sono fatto le ossa per capire cosa volevo da me, quanto potevo alzare l’asticella e sono felice si sia costantemente evoluto e sia sempre in evoluzione perché mi permette di scoprire nuove sfide ed essere stimolato nella direzione musicale. Sto lavorando ad un disco che uscirà post quarantena, è un traguardo che devo anche a loro.