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Srebrenica: la ferita di una strage nel cuore dell’Europa

L’11 luglio ricorre l’anniversario dell’inizio della strage di Srebrenica, la strage più atroce dalla seconda guerra mondiale, durata ben 11 giorni.

La strage risale al luglio 1995 durante la guerra in Bosnia e Erzegovina, un conflitto durato dal 1992 al 1995 e conclusosi con l’accordo di Dayton; la guerra si colloca nel contesto delle Guerre Jugoslave (1991-1995)  sorte a seguito della caduta della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e coinvolgenti tre grandi attori: serbi, croati e bosgnacchi.

Pochi anni prima, nel 1993, l’ONU decise di incrementare la propria presenza nelle aree circostanti e di rendere Sarajevo, Srebrenica e altre città limitrofe aree protette.
Come spesso avviene, le risoluzioni ONU non hanno la rilevanza pratica che ci si auspica; infatti il 9 luglio 1995 la zona protetta di Srebrenica fu attaccata dalle truppe dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia e Erzegovina. Dopo alcuni giorni di assedio l’esercito riuscì a entrare nella città e li iniziò lo sterminio, definito un vero genocidio dalla sentenza del 2007 della Corte di Giustizia Internazionale, che aveva ravvisato l’obiettivo pianificato di eliminare il gruppo etnico dei bosgnacchi, i musulmani bosniaci.

Srebrenica Memorial

Il pomeriggio dell’11 luglio gli uomini in età da guerra, ragazzi dai 12 anni fino a uomini di 70 anni, furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani; avrebbero solo dovuto essere interrogati, e invece vennero uccisi e sepolti in fosse comuni. Nel giro di 72 ore furono uccise oltre 8.300 persone. per nascondere la carneficina i corpi delle vittime smembrati e sotterrati in diversi punti, lontano da Srebrenica. Ad oggi sono state ritrovate circa 233 fosse comuni, ma secondo l’Istituto bosniaco delle persone scomparse mancano ancora 1.200 corpi delle vittime, i cui pezzi sono seminati nel raggio di chilometri e chilometri intorno al piccola cittadina.

La guerra in Bosnia fu atroce, persero la vita almeno 100.000 persone, molti dei quali civili.

Tutto era nato dall’indebolimento del regime comunista in Juguslavia, che aveva portato all’emergere di forti focolai nazionalistici. In particolare la Bosnia nel 1992 aveva indetto un referendum con il quale aveva dichiarato la propria indipendenza dalla Jugoslavia. Da sempre il paese è caratterizzato per essere un coacervo, una mescolanza di numerose etnie, culture e religioni. E il problema religioso legato a quello politico è ciò che ha portato alle tensioni più gravi.

In Bosnia la maggioranza della popolazione era musulmana, con una grande comunità di serbi ortodossi e una piccola comunità cattolica.

I serbi-bosniaci avevano boicottato il referendum e quando il governo bosniaco aveva dichiarato l’indipendenza aveva dato inizio alla guerra, sostenuta anche dal governo serbo di Slobodan Milosevic: l’obiettivo ottenere l’annessione della regione dei ribelli alla Serbia.

La guerra è sempre stata cruenta e non ha mai risparmiato i civili, anzi prendendo di mira proprio la popolazione che abitava in minute enclavi musulmane stanziate nella regione serba. Contro questi insediamenti si accanirono i miliziani serbo-bosniaci e le truppe regolari del governo serbo. Dando inizio a quello che sarebbe passato alla storia come una “pulizia etnica”, termine utilizzato proprio dagli stessi leader serbi.

L’obiettivo era creare una regione interamente di etnia serba, così da poter annetterla alla Serbia. Questo progetto fu perseguito distruggendo tutto ciò che ostacolasse questo processo di omogeneizzazione verso l’etnia serba, senza guardare in faccia nessuno, senza alcuno scrupolo.

Srebrenica era stata occupata da un malridotto esercito bosniaco a protezione della popolazione di etnia musulmana lì stanziata. Lu truppe serbe assediavano da anni la regione, lasciando interi villaggi senza cibo né acqua.

 

Ma nel 1995 la situazione a Srebrenica peggiorò. Dopo giorni di assedio le milizie serbe guidate da Mladic irruppero nella città.

A nulla valse la qualifica di “safe zone” da parte dell’ONU. A nulla valse la presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite, che avrebbero dovuto proteggere la popolazione. Erano l’ e non hanno fatto nulla. Sono rimasti a guardare.

I soldati olandesi delle Nazioni Unite, non cercarono di fermare l’avanzata di Mladic, spararono qualche colpo in aria senza troppa convinzione. Infatti, era stato raggiunto un accordo per l’occupazione della città; mentre Mladic e il comandante olandesi brindavano all’accordo, di lì a migliaia di persone sarebbero morte e fatte a pezzi in nome della pulizia etnica, in nome di un nazionalismo senza senso.

Il giorno dopo, il 12 luglio, il generale Mladic, si fece riprendere in un video in cui rassicurava oltre 25mila musulmani radunatisi attorno al complesso dei caschi blu.

Ratko Mladic attorniato da rifugiati muslmani
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Mladic rassicurava tutti, non sarebbe stato toccato un capello a nessuno, diceva. Non sarebbe stato fatto loro del male, chi voleva avrebbe potuto rimanere a Srebrenica. Si vede il comandante serbo parlare con un bambino , di soli 12 anni, lo si vede rassicurarlo. Non sarebbe successo nulla di brutto.

Ma non fu così. La banalità del male ha sempre molte facce, e spesso è troppo radicata e nascosta che è così difficile scovarla.

Migliaia di donne, bambini e anziani furono portati in un’altra base ONU, a poche decine di chilometri da lì. Ma se solo si avvicinava una ragazzo, un uomo, in età da guerra, veniva allontanato, veniva portato nella “casa bianca”. La motivazione ufficiale era per effettuare dei controlli,

per verificare che non facessero parte delle milizie locali. Una motivazione apparente, la verità è li uccisero tutti. Oltre l’edificio, lontani dalla vista degli olandesi e delle milizie ONU, Mladic aveva dato inizio al suo genocidio.

 

Per tutto il giorno, i presenti osservavano sporadiche scene di violenza, piccole aggressioni, violenza sulle donne, uccisioni. Sembra tutto casuale, ma in realtà, i tribunali internazionali hanno dimostrato come fosse tutto parte di un piano, di un massacro pianificato e coordinato ad alto livello.

Grazie all’intervento NATO, la Serbia fu costretta a trattare la pace, che fu raggiunta grazie agli accordi di Dayton.

Finita la guerra Mladic e l’allora presidente serbo, Radovan Karadžić, fuggirono e solo molti anni dopo la terribile strage furono arrestati.

Il caso di Srebrenica ha passato il vaglio di due corti internazionali.

La prima è il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, istituito presso l’ONU, la quale ha condannato 21 persone per la strage della cittadina; per mnolti di questi condannati è stato riconosciuto il reato di genocidio.

Mladic è stato condannato nel novembre 2017 all’ergastolo con l’imputazione di crimi di guerra, crimini contro l’umanità e reato di genocidio.

Karadzic è stato condannato a quaranta anni per genocidio, crimini contro l’umanità e violazione del diritto bellico, con una sentenza emessa nel marzo del 2016.

Corte Internazionale di Giustizia.

La seconda corte che ha giudicato la strage di Srebrenica è la Corte Internazionale di Giustizia. Questa Corte ha riconosciuto nel 2007 che la strage ha costituito un caso di genocidio, in quanto è stato perseguito l’intento specifico di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi. Pur riconoscendo che la strage fu sostenuta con risorse e assistenza politica, finanziaria e militare da parte della Serbia (e del Montenegro), la Corte Internazionale di Giustizia ha solleva la Serbia (e il Montenegro) dall’accusa di genocidio e di complicità in genocidio, poiché non è stato provato che le autorità politiche fossero a conoscenza dello specifico intento che connota una fattispecie di genocidio.

Inoltre, nel giugno 2017 la Corte d’appello dell’Aja ha stabilito che il governo olandese è parzialmente responsabile della morte di 300 musulmani, perche i soldati olandesi presenti a Srebrenica costrinsero i rifugiati a lasciare la base militare in cui si rifugiavano, consegnandoli, così, di fatto, ai carnefici e privandoli della possibilità di sopravvivere.

 

Questo è ciò che è accaduto e che mostra quanto il male si possa annidare sotto ogni forma. Il male è così banale che a volte si avvicina e non lo si vede, non lo si scorge e non lo si ferma. Ma quando si mostra ci coglie tutti come uno pugno sul viso e uno in pancia.

 

Srebrenica Monument

Per questo la commemorazione è necessaria: per non farci trovare impreparati la prossima volta.

Ma siamo sicuri che se si ripresentasse un caso simile, saremmo davvero in grado di scovare il male che si annida e bloccarlo in tempo?

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