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Taiwan, l’isola che non c’è compare sui planisferi cinesi e americani

Cosa sta succedendo sull'isola a poca distanza dalla Cina

È una bella giornata e gli abitanti di Taiwan si sono svegliati con centocinquanta aerei militari cinesi, caccia e bombardieri, che popolano pacifici i cieli dell’isola. Mentre leggono il giornale a colazione scoprono che Pechino ha ordinato la ritirata dell’esercito americano.

Le parole del Ministro degli Esteri della Cina continentale non hanno sorpreso quella esiliata nell’isola, data l’esistenza dello storico giuramento di riconquista per riunire la stirpe cinese. Tuttavia, tale promessa reciproca, elargita a seguito delle divergenze passate tra le fazioni politiche cinesi di stampo nazionalista e comunista, non è più uno scopo di Taipei, il cui timore di un’invasione da parte di Pechino entro il 2025 è più che legittimo.

Taiwan finge di interrogarsi sulle cause della volontà di Xi Jinping di rivendicare ora la sovranità sull’isola, visto che ciò è sempre stato considerato un eccessivo e ingiustificato spreco di risorse militari, di capitale umano e di mezzi finanziari.

La replica è chiara. Sebbene paia che il rappresentante della Cina avente seggio alle Nazioni Unite sia sceso dal letto con il piede patriota, egli è semplicemente intimorito dal vedersi soffiare dagli americani quell’isoletta che da sola produce la quasi totalità dei chip mondiali.

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Il Taiwan Relations Act, che allinea Taiwan agli altri alleati americani – Giappone e Corea del Sud -, insieme alla dottrina “One China” di Biden, che riconoscerebbe come “vera” Cina quella con capitale Pechino, hanno incentivato il compimento della promessa.

Tale drastica proposizione nasce infatti in risposta al crescente interesse degli USA per l’isola, in quanto dipendono da Taiwan per i chip. Si sono spinti addirittura a proporre l’esclusione della Cina continentale dalle vendite della TSMC, società che insieme a Samsung controlla il 70% della produzione mondiale di microcircuiti e microprocessori. Una  mossa che auspica anche la regressione di Huawei nel mercato di Apple.

In attesa della corsa alle armi in programma entro il 2025, Singapore ha già aumentato la produzione di chip per soddisfare il fabbisogno interno e provare così a sfuggire, a differenza di Europa e Stati Uniti, agli effetti economici della protesta dell’isola di Taiwan.

Siamo ora allo stallo, in attesa dei prossimi capricci doganali delle potenze incompatibili, dell’atto bellico su matrice economica, dell’abbandono dei conflitti freddi. Siamo in attesa della guerra vera.