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Uber Italia commissariata per caporalato spiegato facile

Perché Uber promette il progresso, ma si nutre di degrado?

La nuova sharing economy porta comodità e maggiore efficienza, ma nasconde dietro lo scintillante scudo del progresso le solite pratiche schiavistiche di cui ogni innovazione avveniristica sembra aver bisogno. Uber imponeva alle aziende che assumono per conto suo di rispettare le previsioni delle spese settimanali, queste comprimevano i costi reclutando invisibili e sfruttandoli.

Le prove portano al commissariamento

Dal 28 maggio 2020, tre amministratori giudiziari controlleranno Uber Italy per un anno per accertarsi che non si ripetano episodi di sfruttamento e maltrattamento emersi dalle intercettazioni, dalle chat WhatsApp e da altri documenti sotto indagine del Tribunale di Milano. Alla faccia della retorica della condivisione fra pari: Uber si serve di agenzie di intermediazione per reclutare i rider del servizio Uber Eats, spronandole a sfruttarli. Una di queste partner è la Flash Road City – FRC, attualmente indagata per caporalato. Le prove in mano ai giudici raccontano storie di minacce, mance sottratte e punizioni subite da chi, pur di non vedere fallito il sogno migratorio, accettava la mancanza di assicurazioni e di tutele, pagamenti irrisori e turni stremanti.

Il caporalato

Non è presente solamente nell’agricoltura e nell’edilizia, ma anche nei settori economici innovativi. Il reato di caporalato, modificato nel novembre 2016, inquadra le sanzioni previste per intermediazione illecita e sfruttamento, condotti approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. A seguito di tale modifica, anche gli imprenditori e i datori di lavoro che si servono del caporalato sono considerati responsabili. Perché faccio questa noiosa specifica sarà più chiaro alla fine.

Uno sfruttamento che va avanti da tempo

Svariate inchieste e indagini testimoniano che i soprusi in questione vanno avanti da anni, impunemente.  Già nella scorsa estate la Procura di Milano durante un’indagine conoscitiva aveva scoperto che il 10% dei fattorini controllati non aveva documenti regolari. Un’inchiesta del Corriere della Sera aveva portato alla luce la vendita di account, da parte di rider italiani, a migranti irregolari in cambio di una percentuale della paga, ma le aziende del food delivery hanno evitato di prendersi responsabilità di alcun tipo. Business Insider, a giugno 2019, raccontava come le piattaforme tendano a disfarsi di chi causa problemi, o quantomeno a destinargli meno chiamate. Un coraggioso rider in sciopero denunciava come i lavoratori stranieri ricevessero circa tre euro a consegna: meno della metà dei colleghi italiani.

Avvantaggiarsi dell’impunibilità

È l’azione su Uber il punto di svolta. Infatti, tutte le più grandi aziende della platform economy si servono di un complesso reticolo di società internazionali per sfruttare i grigi legislativi in materia di fiscalità e di tutela del lavoro. Si assicurano una bassissima tassazione, corrispondendo al contempo tutele diverse ai lavoratori nei diversi Paesi.

Sempre Business Insider spiegava, già ai tempi della fuga di Foodora, come la redditività delle società della gig economy – la cosiddetta “economia dei lavoretti”, che non sono però sempre davvero lavoretti – si basi infatti sul contenimento dei costi. I costi di un’azienda che non possiede neanche i mezzi di consegna si riducono essenzialmente ai costi del personale: così si spiega, guardando al fatturato di Deliveroo, come questo sia quintuplicato nello stesso periodo in cui le spese per il personale sono cresciute a malapena del 50%.

Diversi Paesi…

Le aziende della gig economy però non si permettono di fare il bello e il cattivo tempo dovunque. Già fece scalpore nel 2018 la notizia che raccontava come Foodora in Germania riconoscesse contratti di subordinazione, paghe più alte e più tutele. Deliveroo dava la possibilità di scegliere fra un contratto part-time (con più tutele) o uno da freelance, comunque corrispondendo una paga più alta rispetto ai rider in Italia sottoposti a contratti a cottimo.

Anche i tribunali di diversi Paesi Europei si sono espressi sul contenzioso fra lavoratori e aziende della platform economy, senza però esprimere una direzione unitaria. In Belgio e Spagna è stato riconosciuto lo status di dipendenti, l’Austria invece si è limitata a dare ai lavoratori di Foodora il diritto a costituire una rappresentanza sindacale in azienda. Nessuna sentenza è arrivata finora dalla Germania, dove però i fattorini vengono assunti come subordinati con la formula dei mini-job, quindi con salario e tutele minime.

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… diversi accordi

Decisioni di segno opposto arrivano invece dalla Francia, dove i fattorini sono inquadrati come autonomi, ma – rispetto ai colleghi italiani – hanno paghe più alte; e dall’Australia, dove ai lavoratori di Uber è stato riconosciuto lo status di autonomi. Anche nel Regno Unito, la Central Arbitration Committee di Londra ha stabilito che i rider di Deliveroo sono autonomi, e sempre un tribunale britannico ha riconosciuto da poco i driver di Uber come “worker”, una categoria intermedia tra autonomia e subordinazione che dà diritto ad alcune protezioni.

Qui in Italia, a seguito di una sentenza della Corte d’Appello di Torino, confermata dalla Cassazione, a proposito del contenzioso fra alcuni rider e Foodora, i fattorini sono da considerare autonomi, ma vanno loro riconosciute alcune tutele del lavoro subordinato, senza cambiare la linea di confine fra questi due estremi dell’organizzazione del lavoro novecentesca.

La Stato può riprendere il controllo…

Non mancano però esempi virtuosi per cercare di ricostruire tavoli di contrattazione fra aziende e associazioni di rappresentanza (che crescono particolarmente in città come Roma, Torino, Milano e Bologna, nonostante le difficoltà date dal non condividere un luogo di lavoro). Proprio a Bologna il sindaco Merola, dopo aver promosso una Carta dei Rider, ha invitato i consumatori al boicottaggio delle aziende non firmatarie. Nel Lazio invece è arrivata nel marzo 2019 la prima legge in Italia a tutela dei lavoratori digitali, con importanti rivendicazioni di maggiori tutele e la promozione della consultazione tra parti.

… ma la rigidità non funziona

Difficile immaginare di poter inquadrare nei vecchi schemi ingessati di lavoro le occupazioni che le innovazioni tecnologiche ci offrono, per questo è utile guardare al modello danese o belga, che incoraggia la contrattazione fra associazioni di rappresentanza per trovare nuove soluzioni contrattuali che non penalizzino l’efficienza dei nuovi servizi, senza sottobanco farci regredire a sistemi economici schiavisti e basati sullo sfruttamento.

È forse stato proprio il luddismo di Di Maio a trasformare la sua famosa crociata del “Decreto Dignità” in una serie di illusioni e compromessi al ribasso. Dopo diversi tentativi di rimandare le misure da prendere, è riuscito nel “Decreto Salva Imprese” a introdurre alcune tutele, ma senza eliminare la paga a cottimo o obbligare al riconoscimento dello status di dipendenti (promesse entrambe fatte durante la precedente campagna elettorale). Per questi motivi, è evidente che occorrono un nuovo sistema di contrattazione nei rapporti di lavoro, una maggiore rappresentanza sindacale e un maggiore impegno degli enti pubblici.

Spinti dalla crisi e dall’irregolarità

La sfida posta dall’attuale crisi economica e dalla pandemia acuirà di certo gli stessi problemi che, innescati dalla crisi del 2008, hanno portato milioni di lavoratori alla necessità di “arrotondare”, per poi accettare occupazioni con paghe da fame per sopravvivere, andando a rinfoltire quell’esercito di working poors che aumenta di anno in anno. Non sorprende che siano gli individui più emarginati a correre il rischio dello sfruttamento, essi stessi vittime di una situazione di illegalità lasciata irrisolta dalla recente mini-sanatoria, affamati e quindi disponibili a lavorare a lungo e pericolosamente, sognanti e quindi tenaci, ma senza nemmeno la possibilità di chiamare un’ambulanza col rischio di essere identificati, tanto meno di denunciare soprusi.

Un passo sulla strada giusta

La notizia del commissariamento di Uber è importante e simbolica. Significa che gli organi democratici possono, se vogliono, riprendere il controllo delle trasformazioni economiche; che le grandi aziende saranno incentivate a promuovere innovazioni più rispettose della giustizia sociale e che lo Stato ha il compito di difendere chiunque sia vittima di sfruttamento, a prescindere dalla sua regolarità nei documenti o dal settore in cui lavora.

Nel frattempo, maggiori indagini e inchieste ci permetteranno di aprire gli occhi sull’inganno orchestrato dalla retorica della sharing economy. Ordinare il sushi dal divano usando un telefonino, poter lavorare ottimizzando gli spostamenti quotidiani sembrava il progresso. Fare guadagni astronomici sfruttando le diverse regole fiscali dei vari Stati, scaricando le responsabilità sui lavoratori e facendo leva sul razzismo e sulle condizioni di bisogno degli ultimi forse assomiglia più alla pirateria e allo schiavismo che al modello di nuova economia che auspichiamo per il terzo millennio. La battaglia per i diritti di tutti i lavoratori e per il futuro dello Stato sociale passa anche per questa importante vicenda.