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Vi presentiamo Break the Silence: l’iniziativa social contro la violenza

Maria Chiara Cataldo, Francesca Penotti, Francesca Sapey e Giulia Chinigò, sono quattro ragazze universitarie e amiche di 23 anni che la scorsa settimana hanno lanciato un’iniziativa social dal nome “Break the silence” per rompere il silenzio che avvolge le storie di violenza e molestie.

Come è iniziato il tutto? È partito tutto da me, risponde Maria Chiara Cataldo fondatrice del progetto, venerdì 5 giugno sono uscita dopo mesi a cena con le mie amiche. Dopo aver mangiato in Piazza Solferino, pieno centro torinese, andando alla macchina un gruppo di ragazzi intorno ai 25 anni ci ha urlato “che bei culi, mi scopo la bionda” (eravamo tre bionde). Mi arrabbio e mi sfogo sui social a proposito della questione. Una ragazza mi risponde “Guarda non sai quante ne sono successe a me”. Pubblico una serie di storie Instagram in cui invito a raccontarmi storie ed episodi simili per ricondividerli in anonimo sul mio profilo. A rispondermi sono anche molte mie amiche, tre in particolare (Francesca Penotti, Francesca Sapey e Giulia Chinigò) che accolgono l’iniziativa e lo spirito, ripubblicando sui loro profili le mie storie. Anche loro iniziano a ricevere moltissime risposte, ci rendiamo conto che c’è un assoluto bisogno di continuare a parlarne. Quattro profili diversi sarebbero stati troppo dispersivi, allora creiamo il profilo Instagram e due giorni dopo quello Facebook facendo nascere a tutti gli effetti l’iniziativa “Break the silence”.

A una settimana dal lancio della pagina, avete riscontrato un notevole successo e un’alta partecipazione. Quasi duemila follower su Instagram, numerosi articoli, di voi si sta parlando molto. Contando che siamo solo all’inizio è incoraggiante, ve lo aspettavate, come vi state organizzando? Assolutamente no, dice Francesca Penotti, non ci saremmo mai aspettate che un’iniziativa così potesse raccogliere questa partecipazione. Sia io che Maria Chiara avevamo in passato denunciato episodi del genere online sui nostri profili ma questa volta abbiamo ricevuto moltissime testimonianze e allora deciso di creare un progetto che inglobasse le storie di ognuno. Per quanto riguarda l’organizzazione ci siamo divise in modo equo, a turno ognuna di noi si occupa di tutti gli aspetti, cura dei social, interviste, sviluppo dei progetti. Abbiamo parecchie cose da tenere sotto controllo ed è importante coordinarci.

Il fatto che l’iniziativa sia social e la vostra giovane età sono due fattori chiave che mettono a proprio agio le persone nell’ interfacciarsi con voi, che ne pensate? Abbiamo scelto il mezzo dei social per la nostra iniziativa per vari motivi. Condividere sui social delle testimonianze è un modo per offrire uno spaccato su un fenomeno e trovavamo assurdo che nel 2020 un mezzo di comunicazione così importante non trattasse in maniera approfondita il tema. Sì, esistono pagine, progetti e campagne che seguiamo e appoggiamo ma nelle quali non si è mai dato tanto peso alle vittime di per sé, alle loro storie. Queste pagine si occupano di promuovere manifestazioni, diffondere statistiche e dati ed è sicuramente fondamentale il loro operato. Ma aprire un social e leggere dei numeri fa un effetto diverso rispetto al leggere storie vere di bambine, di ragazze. Leggere le storie direttamente fa più male e più paura, hanno un potere molto forte, sono storie vere, molte mettono i brividi, era necessario dar loro voce.
Oltre a ciò, molto spesso queste ragazze si sentono giudicate per quello che passano, raccontare questi episodi a persone a loro vicine può essere più difficile che parlarne con noi che siamo sconosciute. Non si instaura quel meccanismo che fa loro temere il giudizio. Siamo giovani e questo può essere un altro vantaggio ma soprattutto ci siamo fin da subito poste come pari, noi in prima persona abbiamo raccontato di essere vittime di molestie. Questo ha permesso a molte di sbloccarsi, di sentirsi a loro agio e comprese. Inoltre, nel condividere le testimonianze manteniamo la forma totalmente anonima.

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Come ci si sente a raccogliere così tante testimonianze? Ogni volta che arriva una testimonianza sono sempre due le emozioni contrastanti, da una parte felicità perché c’è una persona che riesce a spezzare il silenzio e aprirsi ma anche tanta tristezza nell’ascoltare un episodio brutto che non sarebbe mai dovuto accadere.

Pensate che la violenza, per quanto negli ultimi anni se ne stia parlando sempre di più, sia ancora un tabù o un argomento difficile da affrontare? Non crediamo sia un tabù ma piuttosto un totale fraintendimento, racconta Giulia. Il problema è alla radice, nel non considerare questo fenomeno sociale un problema. Nel momento in cui si parla di “semplici fischi, semplici clacson, semplici complimenti, semplici apprezzamenti” significa che tutte queste “semplici cose” in quanto semplici vengono automaticamente considerate accettabili e di conseguenza normalizzate mentre non sono affatto semplici. La violenza non parte solo quando si attua una violazione della sfera fisica. Per innescare una violenza servono due fattori: un elemento prevaricatore e un elemento che viene prevaricato. Un predatore e una preda. Questa situazione e questo stato mentale si raggiungono molto prima della prevaricazione fisica, già nel momento in cui si pone la preda in una condizione inferiore si innesca un senso di impotenza che genera la violenza. Basta davvero poco per instaurarla e vorremmo aprire gli occhi su questo.

Violenza di genere? No, non si tratta di una battaglia maschi contro femmine. Non siamo un movimento femminista ma siamo un progetto che ha l’obiettivo di insegnare il rispetto attraverso il rispetto. Raccontiamo ogni tipo di violenza senza esclusione di genere e accogliendo il supporto che ci proviene. La nostra è un’iniziativa generale contro la violenza, il fatto che si tratti in maggioranza di violenza sulle donne è un dato sociale.

La condivisione delle testimonianze è il primo passo, nonostante l’iniziativa sia stata appena lanciata, quali sono i progetti futuri? Sicuramente la raccolta delle testimonianze e la loro ricondivisione è il primo passo ma non è un’iniziativa fine a sé stessa, non abbiamo l’intento di ricondividere testimonianze sui social attraverso stories che scadono dopo un giorno. Ne stiamo raccogliendo molte, non vogliamo farle cadere nell’oblio e dobbiamo capire quale sia la forma più efficace per continuare a veicolarle, degli incontri in cui le dirette interessate raccontano le loro esperienze o un libro che le raccolga. Ascoltiamo, invitiamo a denunciare e ci piace l’idea di fare da tramite tra le vittime e le varie professionalità che sono in grado di portare un aiuto concreto. Non vogliamo sostituirci a figure competenti e professionali come psicologi, sociologi, legali, anche perché non abbiamo questo ruolo, ma avvicinare soprattutto chi non ha strumenti a questi specialisti. Abbiamo appunto in programma di organizzare dei weekend tematici, racconta Francesca Sapey, dove specialisti di settore rispondono alle domande che abbiamo raccolto dai social. Questa settimana abbiamo un’intervista con la professoressa Paola Maria Torrioni che ha aperto lo sportello di ascolto “Varco” all’interno dell’Università Unito. L’obiettivo che più ci preme però riguarda le scuole. Vorremmo collaborare con le istituzioni in qualche progetto scolastico in modo da poter lavorare con vari esperti del settore e intraprendere progetti educativi. Iniziare ad educare i giovani e i bambini al rispetto, all’educazione civica e sessuale. Sempre di più anche i giovanissimi vengono a contatto con una dimensione di educazione sessuale e civica solo superficiale senza poi rendersi conto di valicare dei limiti. Educarli a proposito di ciò che è giusto e lecito fare anche riguardo al tema del consenso è una grande sfida sociale e culturale quanto mai necessaria.