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Willie Peyote, il giovane nichilista si è fatto grande (e ha reso il mondo piccolo)

"Sapessimo il tempo che resta, sapremmo davvero usarlo meglio?"

Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre ero in preda all’ansia.

D’accordo, il fatto che io fossi in agitazione non è particolarmente degno di nota dal momento che chi mi conosce abbastanza bene sa di come io viva la vita uno stato ansiogeno alla volta.

Però questa volta era giustificato.

Stavo aspettando che arrivasse mezzanotte per ascoltare Iodegradabile, ultima fatica del rapper torinese Willie Peyote.

Ero in ansia in parte perché l’aspettativa intorno a questo disco era tanta proprio perché si trattava di Willie, ça va sans dire, e poi perché erano passati ormai due anni dall’ultimo album. Tuttavia, ero in ansia, lo confesso, in parte anche per un motivo artisticamente meno nobile: si trattava del primo disco di Guglielmo con una major, la Virgin.

E per chi conosce un po’ l’ambiente musicale di cui sto parlando, il passaggio a una casa discografica così importante dopo dieci anni trascorsi nell’underground (sì, prima di ridurre tutto a indie si diceva underground) viene implicitamente letto come un tradimento alla causa (sì, noi figli della indie wave siamo dei noti depressi melodrammatici).

O almeno, pensare a tale equazione diventa inevitabile nel momento in cui un artista non più emergente comincia a piacere a un pubblico sempre più vasto. Insomma, il rischio di un’operazione miratamente commerciale c’era e sospettarlo era più che legittimo.

Poi, però, arriva mezzanotte.

Fai partire Intro di Iodegradabile per la prima volta in assoluto, senti quell’annunciatrice pseudo-Rai nominare Torino, fare una citazione tratta direttamente da Giusto la metà di me che anticipa il filo conduttore di tutto il nuovo disco, il tempo, e capisci di essere stato quantomeno un ingrato per aver dubitato anche per un solo istante di Willie. Come se già lo sapesse, ha voluto rassicurarci ancora prima di iniziare, ponendosi in continuità con il suo lavoro direttamente precedente, Sindrome di Tôret.

E forse è proprio questo uno dei maggiori pregi di Guglielmo: il fatto che evolva in maniera quasi impercettibile, rimanendo di fondo sempre coerente con se stesso. Willie Peyote cresce e tu cresci insieme a lui in maniera naturale, senza rendertene conto.

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Per questo motivo forse adesso sembrano così lontani i tempi del Manuale del giovane nichilista (2011) e Non è il mio genere, il genere umano (2014). Il primo Willie era decisamente hardcore, istintuale, rabbioso, pieno di risentimento come solo i vent’anni di un ragazzo di Barriera di Milano sanno essere.

E forse non aveva tutti i torti.

Tali dischi risalgono ancora al periodo in cui Guglielmo lavorava in un call center della periferia torinese, perfetto esempio dell’alienazione dei nostri tempi moderni. Tutto questo si è riflesso nei suoi primi lavori: il linguaggio forte, le basi un po’ caotiche e dissonanti, la sensazione di rimanere quasi senza fiato per la necessità impellente di trovare un modo per comunicare ed esternare il proprio disagio. Retaggio inevitabile per un ragazzo cresciuto a Subsonica e Fabri Fibra e che ha avuto le sue prime esperienze musicali non nel rap, a cui si è avvicinato negli ultimi anni liceali, ma nel punk rock.

Un’evoluzione continuata con Educazione Sabauda (2015), che ha definitivamente lanciato il Peyote, e Sindrome di Tôret (2017), due lavori che si pongono strettamente in continuità per aver dimostrato la grande versatilità del rapper torinese, capace di spaziare da ritmi jazz e soul a basi decisamente più funk ed elettroniche.

Costante di tutta la carriera di Guglielmo, una grande capacità di scrittura unita a una buona dose di ironia e occhio critico sul mondo circostante approdata anche nell’ultimo lavoro, Iodegradabile (2019), nel quale il rapper si presenta nella sua veste più ineccepibile.

Se quindi musicalmente c’è stata un’evoluzione sottile, ma costante, a livello di tematiche Willie Peyote è stato sempre stato coerente e impegnato, a partire da osservazioni a volte glaciali a volte ironiche sulla società contemporanea, fino alla politica italiana in continuo cambiamento, ma sempre messa alla berlina, dai tempi di Berlusconi e Monti, passando per Renzi e approdando al recente e fallito governo del cambiamento.

E qui i più affezionati avranno immediatamente pensato a quella somiglianza ormai così familiare tra Willie e un certo ex ministro delle infrastrutture del governo giallo-verde, fatto sul quale il rapper stesso ha scherzato nel secondo brano in apertura di Iodegradabile, Mostro.

Da una parte il Peyote per il sociale, dall’altra Guglielmo e tutti i suoi rapporti problematici con la vita: il lavoro, la religione, l’amore, la più generale fatica nel trovare il proprio posto a questo mondo senza scendere a compromessi con i propri principi. E poi il lato più ludico di Willie, il calcio, ma guai a dire Juventus perché Torino è stata e resterà granata.

In tutte queste costanti, l’unica cosa ad essere cambiata davvero è piuttosto la visione del mondo di Willie che sembra aver abbandonato quasi del tutto quel nichilismo, pessimismo e misantropia degli anni giovanili abbracciando una maggiore maturità e accettazione, venendo a patti con le responsabilità della vita.

Sullo sfondo, infine, sempre e solo una città, Torino, omaggiata più e più volte nei suoi pezzi, nel titolo di due dischi, un costante fermo immagine del capoluogo piemontese che dai Murazzi arriva fino alle colline e alle montagne circostanti. Una città specchio di Guglielmo, spesso incompresa, criticata da chi non la vive quotidianamente e così duale, da una parte al limite dell’anarchia, dall’altra all’estremo della formalità, emblema di quella che Willie Peyote stesso ha definito educazione sabauda.